Ogni volta che comincia la primavera vivo lo stupore dell’allungarsi delle giornate, la luce che insiste a restare, l’azzurro del cielo che si conserva intatto anche quando, solo pochi giorni prima, si faceva mangiare in un attimo dall’indaco, e poi dal bruno della sera. Così, quel giorno, appena qualche minuto dopo le 18, la giornata è ancora sfolgorante di sole e di luce, quasi un anticipo d’estate, e quei corpi, stesi in mezzo alla strada, possiamo vederli tutti, con orrore e curiosità, prima che arrivino i carabinieri, blocchino il traffico e li ricoprano di carta dorata. Sono due banditi e sono morti nell’esercizio delle loro funzioni, una rapina a una gioielleria finita male. Ma noi questo ancora non lo sappiamo.
E’ un tardo pomeriggio qualunque di una qualunque piccola città di provincia dove non succede quasi mai niente di speciale, camminiamo presi ognuno dalle proprie cose, dalle ultime incombenze del giorno, io tra gli altri, diretta al supermercato al fondo della strada, poi sentiamo gli spari, un suono al quale le nostre orecchie non sono abituate, intuiamo un disordine, intravediamo con gli occhi delle macchie nere in fuga e poi soltanto il silenzio dei corpi stesi. Noi stiamo sui marciapiedi, alla giusta distanza. Intorno ai corpi morti c’è un vuoto che ci raffredda tutti, una bolla sospesa, una ragazza giovane scatta una fotografia, un uomo registra un video, un bambino piange sul passeggino, io mi schiaccio contro il muro della casa e resto immobile, solo gli occhi a saettare increduli. Un bandito è riverso sulla pancia, a pochi metri dalle strisce pedonali, in mezzo alla strada, ci mostra la schiena, le suole delle sue scarpe assurdamente gialle di vita e di passi, scarpe sportive, i palmi delle mani rivolti al cielo ai lati del corpo, l’orologio al polso che ancora ticchetta, la testa conficcata nel cemento, le gambe leggermente divaricate, l’imponenza del sedere: era una persona robusta, di sicuro in forza e in buona salute. Chissà perché lo guardo e, anche se il suo volto è nascosto, penso alla risata che doveva avere, una risata sonora, grassa, di quelle che ti fanno voltare quando le senti. Lo penso con naturalezza già al passato. L’altro, invece, è adagiato sulla schiena, pare quasi dormire sul marciapiede dopo una sbornia, la gamba destra leggermente piegata verso la sinistra, i jeans, le scarpe nere, nera anche la felpa chiusa fino al collo dalla cerniera, la testa ancora incappucciata. Si capisce che è un po’ più vecchio dell’altro, forse il capo, ma non saprei dire da cosa in particolare, non porta un distintivo, una stelletta. Però ha una sua autorevolezza che si vede anche nella morte composta, quasi discreta. E’ un fermo immagine. c’è gente che corre, qualcuno che urla, si porta le mani alla testa, parla concitato al cellulare, eppure il cerchio intorno ai morti è mantenuto intatto, come se ci fosse un filo spinato o un tacito accordo. La morte buttata nel mezzo della vita che scorre è oscena e scandalosa. E poi c’è un altro silenzio e lo sentiamo tutti, anche se non ce lo diciamo, è il silenzio che avvolge il luogo dal quale gli spari sono partiti, un negozio elegante, le vetrine accese, scintillanti di ori e brillanti; la porta aperta e vuota pare una trincea. E il dolore straziante, in quel momento, per pochi istanti che sembrano un’eternità, avvolge tutti e tutto, è in mezzo alla strada, tra quelle vite che hanno smesso il respiro ed è anche oltre quella porta vuota dove di certo c’è la mano che ha premuto il grilletto, che pure non vediamo. E’ un attimo, poi le sirene delle volanti invadono tutto, squarciano l’aria, si creano barriere, veniamo allontanati, i vuoti pneumatici dei cerchi di silenzio si spezzano, arrivano anche le ambulanze, gli osceni corpi morti vengono nascosti alla vista, impacchettati in un foglio d’oro. C’è da morire dal ridere, ricoperti d’oro come quello che volevano rubare. Da quel momento cominciano i partiti, le fazioni, i commenti che sfiorano il tifo calcistico: legittima difesa, eccesso di legittima difesa, “questo è il far west”, “la colpa è dei politici”, “ma ci sono due morti, vite spezzate”, “si muore per la roba”, “sparare è sempre sbagliato”, “i giudici come sempre metteranno nei guai una persona perbene”, “bisogna difendersi da soli”, parole, parole, parole che si moltiplicheranno e si stravolgeranno nelle ore seguenti, amplificate dalla stampa e dai social. Io continuo a pensare all’orologio del morto dalla risata grassa che continua a ticchettare, alla disperazione dell’uomo che ha sparato e che non so chi sia, a quel silenzio che ho sentito come un tornado improvviso e che era un precipitato sospeso di tutte le ragioni e delle ragioni di tutti.
E poi ricominciano i rumori, i clacson, l’abbaiare dei cani, la rabbia di chi è arrivato tardi e non capisce il motivo di quella lunga coda di auto che si è formata. La luce invade ancora la strada, la campagna, intorno, è di una sfolgorante bellezza, un’onda di verde e di fiori che profumano, a dispetto di tutto, l’aria che mi muove i capelli. Una rondine riga il cielo. Con le gambe che tremano mi avvio verso il supermercato per fare la spesa per la cena.
E’ tanto che non scrivo qua sopra, anche se nel frattempo sono successe tante cose. Tra le tante è successo anche che questo blog -o almeno parte di questo blog e senza dubbio lo spirito- è diventato un libro che sarà disponibile in tutte le librerie a partire dal 24 febbraio. Manca ancora un po’, insomma, ma io ho il cuore che scoppia di emozione e di paura e quasi se ne vuole uscire dalla sua cassa toracica. E’ stato un lungo balletto di volere e non volere -l’ho scritto anche alla fine, nei ringraziamenti – un lungo viaggio di andate e molti ritorni, perché i dubbi erano infiniti e nemmeno ora, che le mie parole si son fatte di carta e riposano nelle tre dimensione di di un libro, riescono a star zitti.
E però, adesso non si torna indietro e il libro sta qui, tra le mie mani, in tutta la sua concretezza. A fine del mese prossimo, come ho detto, sarà nelle librerie e prenderà la sua strada, viaggerà da solo.
Si intitola come il blog “Tuffi di superficie” perché da subito la mia idea è stata quella di raccontare, anzi, meglio, di mostrare a due dimensioni, lasciando che la terza dimensione, quella della profondità, si formasse nella mente di chi legge e che ognuno trovasse la sua. Poi bisogna vedere se ci sono riuscita davvero. Sono racconti e li ho inanellati in modo da formare una specie di romanzo, anche se un romanzo, propriamente, questo libro non è. Però c’è un prima e c’è un dopo, leggendo penso che si capisca. I racconti parlano di me, ma più in generale di una donna di una cinquantina d’anni che è cresciuta in quel tempo là, ma adesso vive in questo tempo qua. Esce con Gallucci Editore, ma come è facile immaginare non è un libro per bambini.
Due amiche scrittrici, molto care, hanno letto i racconti e mi hanno regalato un loro pensiero che sta nel risvolto di copertina.
La prima è stata Enrica Tesio, che è stata anche la depositaria prima di tutte le mie incertezze e ha scritto questo: “Leggere come sfogliare l’album di un’altra persona, un’altra vita. Solo che , foto dopo foto, i suoi ricordi diventano i miei, le sue diverse età le mie, mie le sue malinconie“
La seconda è stata Teresa Ciabatti. La lettura della sua “La più amata” per me è stata una rivelazione. Lei mi ha scritto: “La memoria ingannevole fa la persona. Così attraverso dettagli d’amore, bellezza, perdita, quasi perdita, qui si delinea l’esistenza di una donna. Intenso, commovente“.
Ecco qua, mi farà piacere, se lo leggete, sentire anche i vostri pareri.
Sei nato di venerdì 17 alle 17, nel mese di ottobre, e da quando ti ho conosciuto il 17 per me è diventato il numero della fortuna e non della sfiga, il preferito nella lunga e infinita serie matematica. Di 17, ma in luglio, ci siamo pure baciati la prima volta, tanti anni fa. Oggi avresti compiuto 62 anni, ci siamo conosciuti che ne avevi 39, io 9 di meno, mi hai cambiata per sempre e sono 4 anni e 7 mesi che non ci sei più.
4 anni 7 mesi che non rispondi al telefono, che non giri per casa, che non suoni la chitarra e ci cucini la cena. 4 anni e 7 mesi che non mi abbracci con quelle tue mani grandi, che non mi dici che anche se il mondo va a rotoli, ci siamo noi, stretti, a far da argine al male. 4 anni e 7 mesi che non litighiamo, ché noi eravamo campioni in quello, per poi amarci più forte.
Il tempo è relativo: 4 anni e 7 mesi possono sembrare un’eternità, lo spazio buono per metterci dentro un’altra vita, diversa, oppure possono essere un lampo.
Per me sono un lampo, tanto sei radicato dentro di me, inestirpabile. E anche se la mia vita è andata avanti, Nicola cresciuto, le rughe aumentate, il sorriso ripescato da qualche parte, in fondo in fondo, ci sono giorni che la mancanza di te, d’improvviso, inaspettata, quasi mi soffoca e mi fa vacillare le gambe. In quei momenti il dolore diventa di carne, lancinante.
Capisco che non sia facile per chi mi sta vicino.
Ma oggi è comunque la tua festa, lo sarà per sempre, e allora bisogna celebrare con il sorriso e non con le lacrime. Bisogna inventarsi qualcosa di bello perché è sempre stato così: la gioia di chi amavi, ti faceva felice. Oggi, amore mio per sempre, bisogna camminare.
Qualche tempo fa avevo scritto delle mie “quattro fasi incoronate”, ma son stata precipitosa perché da qualche giorno è arrivata la quinta che davvero non immaginavo potesse esistere e che forse è la più pericolosa. La quinta fase incoronata è quella dello star bene in casa, dell’aver trovato un equilibrio nello squilibrio di questo tempo sospeso, dell’aver costruito, quasi senza rendermene conto, una specie di cuccia-corazza confortevole fatta di piccole abitudini che sarebbero stati lussi ridondanti nella vita di prima. Una specie di bolla di presente assoluto, stretta insieme a mio figlio e alle sue lezioni online, una bolla nella quale i ritmi del mangiare son diventati il metronomo della giornata e poi la ginnastica online, io che di andare in palestra non ho mai trovato il tempo, l’osservazione del fiume e degli animali, l’emozione della nascita di nuove paperelle, il sole sul balconcino, le poche telefonate di lavoro, e anche quelle agli amici ridotte al minimo, non per mancanza d’amore, ma di parole, parole che si seccano senza gli occhi e gli abbracci, e poi, poi…., le email che non sono più il fiume carsico che mi attraversa.
Ci ho pensato. Questo mio ben-essere artefatto probabilmente è codardia. Ma il fatto è che man mano che ci avviciniamo alla fase 2 son spaventata e ho paura di quello che ci aspetta. A differenza di molti non credo che saremo migliori, mi son fatta l’idea che dopo sarà piuttosto una specie di giungla, tutti contro tutti, arrabbiati di sgomento, ansia, problemi. Ho paura delle strade di nuovo piene e di donne e uomini in mascherina che misureranno a braccia le distanze. Ho paura delle macchine che di nuovo riempiranno le città, dei clacson che torneranno a suonare impazziti negli ingorghi. Ho paura del lavoro che mancherà e che ci dividerà in due squadre, quelli che ce l’hanno e quelli che ancora non l’avranno recuperato, l’un contro l’altro armati. Ho paura delle nuove regole alle quali non so se mi abituerò ma ho paura anche dell’abitudine che invece potrà crearsi, insinuandosi silenziosa. Ho paura della mascherina che diventa accessorio imprescindibile. Ho paura delle code ai negozi che saranno lunghe come serpenti al veleno. Ho paura dell’App che ci fa la radiografia e che io non vorrò scaricare. Ho paura della paura, di quel guardarci l’un l’altro con sospetto, possibili untori del vicino, possibili ladri di lavoro.
Sono stata fortunata: non mi sono ammalata io e nemmeno nessuno della mia famiglia. Del virus ho vissuto le costrizioni di massa, i cascami sociali, non il cuore. Le ambulanze son state per me sempre un suono lontano che attraversava le finestre e i malati li ho visti solo alla tv. Se avessi vissuto da vicino la malattia fisica probabilmente le mie parole sarebbero diverse, me ne rendo conto. Eppure il virus ha cambiato me e anche gli altri, ha scosso stratificazioni di DNA di vita, le ha sparpagliate, disordinate. Ha ammalato non la il corpo, ma il pensiero. Rimetterle insieme, quelle stratificazioni, trovare un altro equilibrio un altro ordine, non sarà semplice. Per questo ho paura, perché l’orizzonte è fitto di nebbia spessa. E io mi sento cieca, senza neppure l’ambizione di essere Tiresia.
Pulire, strofinare, spazzare, riordinare, lucidare, stirare, lavare, non fan per me.
Cucinare talvolta cucino, accetto sfide con me stessa di manualità e bellezza, ma altrettante volte scucino e mi limito a scaldare un surgelato.
Io che son sempre stata un “lettore forte”, di quelli che salvano il traballante mondo dell’editoria italiana, a leggere fatico, di continuo disturbata da un brusio di sottofondo che è un misto di paura, preoccupazione, solitudine e prigionia. Lo stesso è per i film, per la TV e se all’inizio ho ricominciato a leggere con furia i quotidiani, adesso ho smesso pure con quelli.
Nella vita normale la solitudine mi piace e spesso la cerco con puntiglio e determinazione per mettere a tacere per un poco il rumore del mondo, ma la quarantena mi pesa, perché è obbligo, non scelta. I panorami silenziosi alla finestra, che pure son belli e inondati dalla primavera che quest’anno è sfolgorante, non mi rasserenano, mi inquietano.
Vivere il presente? Progettare per tempi migliori? Scrivere?
Scrivere? Qual è, per favore, la domanda di riserva. Più che altro mi riesce di fare degli elenchi manichei del bello e del brutto, del buono e del cattivo, di ciò che c’è da tenere e di quanto, invece, è da buttare. Elenchi più o meno come questo.
IL BRUTTO
Per primi, in assoluto, metto i funerali senza saluto; chi se ne va solo senza un’ultima carezza, un ultimo sguardo, un ultimo bacio caro e chi resta ammutolito senza poter accompagnare chi parte e sarà per sempre. La celebrazione della morte non è cerimonia vuota e formale, è elemento essenziale della celebrazione dell’umano e della vita e di questi tempi ci è stata sottratta. Penso spesso a quelle migliaia di morti soli e soli anche i parenti, privati del conforto.
Poi metto gli abbracci mancati, le carezze, le strette di mano i baci di cui sono orfana. La diffidenza per il prossimo che si è creata, l’essere l’uno all’altro untori, l’allontanarsi istintivo del passante al tuo arrivo sullo stesso marciapiede, i saluti distanti, l’empatia solo virtuale, video telefonata.
La mancanza di libertà, con poliziotti sceriffi seduti su macchine potenti, accucciati in elicottero, nascosti dietro un drone che inseguono ciclisti, camminatori solitari, amanti che escogitano piani complicati per poter riabbracciare l’amata lontana.
Il mio lavoro e quello di milioni di altri che se ne va a puttane. Lavoro che è parte fondamentale della definizione di sé, del proprio senso di donne e uomini nel mondo. Si può discutere, è vero, se quest’etica un po’ calvinista del lavoro che ti dà un contorno, al di là dello stretto sostentamento, sia proprio quella giusta, ma è quella nella quale siamo cresciuti, che si incancrenita sotto la nostra pelle, ed è difficile lasciarla d’un botto. Per quanto riguarda me, che lavoro nel campo dello spettacolo e della cultura, mi son fatta l’idea che tutto il 2020 sarà vuoto.
Le giornate tutte uguali, senza distinzione tra lunedì e domenica, tra il tuo compleanno e un mercoledì qualunque, tra Pasqua e giovedì.
L’incertezza, la mancanza dell’idea di una fine certa, di un traguardo, un obiettivo, il vivere sospesi o forse più che sospesi: appesi. Appesi alla TV, ai giornali, alla curva, ai grafici, al picco, a un virus invisibile che può annidarsi ovunque, portato dall’amico e dal parente.
La solitudine che ti arriva addosso prepotente anche se solo, in senso stretto, non sei.
L’idea che per me, donna di mezza età, né carne né pesce, sia finita.
Le montagne russe dei sentimenti, difficili da governare.
La paura dell’oggi e del futuro
Il rischio della democrazia, il rischio che con la scusa di tenere a freno il virus, si finiscano col violare liberta fondamentali dell’assetto democratico. E poi sia difficile tornare indietro. Il modello Cina, per dire, o il modello Corea non mi piacciono per niente.
Le mascherine che ti soffocano e rendono inutile il rossetto
Il fatto che probabilmente ci ritroveremo tutti più grassi
Non poter prendere un caffé al bar, magari macchiato.
IL BELLO
L’aria pulita, il cielo che è tornato ad essere azzurro. E poi la natura che si è ripresa i propri spazi, uccellini che ti entrano in casa, corvi che si appoggiano al davanzale, papere che sguazzano felici nel fiume e sulla riva si riposano, piccioni spregiudicati e ormai senza paura. Ho la fortuna di vivere con un balcone affacciato sul Po ed uno dei miei passatempi, ormai, è stare a guardare gli animali e i fiori che sbocciano ogni giorno un po’ di più, l’acqua che si fa limpida e diventa un nastro d’argento sotto il sole di aprile.
Internet che ci permette di restare più o meno collegati, vederci sullo schermo di un telefono o del computer, che ci permette di aver l’illusione di continuare almeno un po’ a lavorare. Internet che ci porta i film e le serie nel salotto di casa, nostalgici dei cinema come siamo.
Il silenzio e l’esserci fermati da una corsa pazza e troppo a perdifiato.
L’idea che per i giovani, forse, poi sarà meglio. Prima, se pensavo al futuro di mio figlio, vedevo solo un nero confuso, il pianeta sconquassato, la mancanza di lavoro certo, ora invece mi immagino la baldanza della ricostruzione con una nuova consapevolezza.
La riscoperta tutta italiana dei lieviti e delle farine, del mettere le mani in pasta. In Germania, per dire, sono invece alle stelle i consumi di carta igienica e in America di armi pret-à-porter. Un popolo, nelle difficoltà, si distingue anche per le cose che consuma, che ritiene indispensabili.
Il toccare con mano che basta poco, molto molto meno di quello che prima ci sembrava imprescindibile, per vivere. E insieme a questa scoperta, quella delle persone vere, per te essenziali, urgenti, necessarie, mentre le altre, tutte le altre, silenziose scivolano via.
La generosità di medici e infermiere e insieme a loro il riposizionamento sociale di alcune categorie che prima erano invisibili o quasi: le cassiere del supermercato, gli spazzini, gli extracomunitari che ti portano la pizza o altri cibi a domicilio
Conte che era un signor nessuno, senza curriculum, e adesso non si sta comportando per niente male.
Il sollievo di non avere più Salvini ministro degli interni
Il fatto che gli emigrati non siano più il problema dei problemi, l’emergenza massima, il capro espiatorio di tutti i nostri italici acciacchi.
Oggi è il giorno del mio compleanno, 6 aprile 2020, 29esimo giorno chiusa in casa.
Ho buttato la spazzatura, comprato le sigarette, ordinato una torta chantilly e frutti di bosco online –“Vuole scriverci qualcosa sopra?”, mi ha chiesto il pasticcere. “Sì, grazie, ci scriva: Auguri vecchia mia!”-, ho festeggiato con mio figlio che questa mattina mi ha svegliato con la chitarra e un happy birthday e mi ha portato la colazione a letto. Grazie a dio che lui c’è. E poi ho risposto a milioni di messaggi, arrivati con tutti i mezzi tecnologici, e a tante telefonate. Moltissimi si sono ricordati di me, altri, com’è normale, se ne sono dimenticati. Non per ultimo ho voluto pensare che “La Repubblica” mi abbia intenzionalmente dedicato la sua prima pagina, titolando “La prima cosa bella”, deliri da isolamento.
Insomma, è stata una giornata diversa. E al mio balcone ha brillato il sole sul silenzio della città. Avevo in programma una call collettiva di lavoro, ma ho chiesto gentilmente di rimandarla a domani e mi hanno accontentata. Anche se sono giorni sospesi che non so bene neanche come fanno ad arrivare alla fine, mi son voluta prendere il lusso -che non succedeva da tempo immemorabile- di non far proprio nulla il giorno del mio compleanno, se non quello che mi andava nel momento preciso in cui mi andava. Mangiare due grissini fuori pasto, prendere il sole sul balcone, guardare un po’ di TV pop, rispondere ai messaggi di auguri, leggere. Ed è proprio di lettura che voglio parlare perché è stata la cosa più importante di questo mio compleanno strano, al tempo del covid19.
Oggi ho finito di leggere “Olive, ancora Lei” della mia amata Elisabeth Strout. L’ho finito da pochi minuti e sono ancora sotto l’incanto, con quella sensazione di palloncino sospeso nello stomaco che è il segnale della mia sindrome di Stendhal da lettura, quasi un’interruzione di respiro e una vertigine di stupore.
Devo dire la verità, quando l’ho iniziato, più o meno una settimana fa, ero molto delusa e infatti la lettura, nonostante il molto tempo libero, procedeva a rilento e me la sono anche presa più volte con Elisabeth perché avevo l’impressione che si fosse cristallizzata su uno stile, che prima era intimamente vero e perfetto, ed ora invece si era fatto birignao, senza necessità. Non so se mi sono spiegata, ma a molti scrittori felici capita che col tempo la loro bella scrittura non sia più alimentata dalla vita e si trasformi in esercizio di stile. A questo mi sembrava essere arrivata la mia Elisabeth, e ne ero molto addolorata, come se facesse un torto proprio a me. Perché lei, che fotografa con le parole la vita della provincia americana, è la scrittrice che io vorrei essere se fossi una scrittrice, è la scrittrice che più parla al mio intimo, è la scrittrice che non spiega, ma semplicemente mostra e tu senti tutto il mistero, di tutte le vite, anche quelle più apparentemente insignificanti, è la scrittrice che freme di umanità. E invece, da Cindy che ha il cancro in poi, c’è stato una specie di colpo d’ala, tutto si è aggiustato e io sono riuscita di nuovo a camminare al fianco di Olive e del suo mondo.
E’ un romanzo di racconti, così com’è stata la prima “Olive Kitteridge” (pubblicato in Italia da Fazi), ognuno in sé finito, ma collegati l’uno all’altro dal filo rosso di questa vecchia professoressa di matematica, grande e grossa, che sa essere al tempo stesso burbera ed empatica e che ti accompagna nel Maine. Seguendola vedi i colori delle stagioni, tutte le sfumature del giallo e dell’arancione d’autunno, e l’increspatura delle onde, e la neve che scende d’inverno, soprattutto finisci col conoscere e entrare in intima connessione con la variegata, vecchia, umanità che in quei paesi della provincia americana vive. All’inizio del libro Olive ha qualcosa in più di 70 anni, riesce ad innamorarsi di nuovo, a risposarsi, alla fine di anni ne ha 86, sta in una casa di riposo, dopo aver avuto un infarto e seppellito due mariti, ha problemi di incontinenza, batte le dita su di una vecchia macchina da scrivere per non lasciar andare i ricordi, capisce per la prima volta, con un certo stupore, che a breve la morte prenderà anche lei. “Non ho la minima idea di chi sono stata. Dico sul serio, non ci capisco niente”, scrive alla fine, un attimo prima di prendere il bastone e alzarsi per andare a cena, nel refettorio comune, insieme alla sua nuova amica Isabelle. Isabelle non è un personaggio a caso, è la protagonista di un altro romanzo della Strouth che ho amato molto, “Amy e Isabelle”, e altri ne troveremo di personaggi dei libri passati in questi racconti, quasi che Elisabeth abbia voluto fare un “bestiario” della sua letteratura: ci sono i fratelli Burgess, ad esempio, e Jim, che era il rampante di successo, avvocato, sposato a una moglie ricca, lo ritroviamo mezzo imbambolato dagli psicofarmaci; e poi c’è una poeta laureata, Alice, che a me però ha tanto ricordato Lucy Barton.
Ancora una volta ritroviamo, tra un racconto e l’altro, il dolore che prende tutti -persino quelli che girano su macchine sulle quali ci sono appiccicati adesivi che inneggiano a Trump (che orrore!) come l’infermiera Betty- ed è un dolore silenzioso, quotidiano, senza strepiti, senza melodrammi. E’ un dolore che scorre via come acqua sul vetro insieme alla vita di tutti i giorni e destinato ad essere dimenticato in fretta dalla Storia che si legge sui libri. Quella della Strout, mi verrebbe da dire, è la letteratura della fatica che prende tutti, ma anche delle piccole bellezze che sono ugualmente di tutti. Ancora una volta mi viene da usare il termine “fotografie” per parlare della sua scrittura, perché è dallo sguardo attento, senza giudizio, posato sui dettagli -un kleenex, un paio di pantaloni neri, una giacca in tweed, un barattolo di vetro usato come bicchiere, una sedia a dondolo strappata, una rosa rampicante- che si intuisce il mistero che c’è sotto e che è il mistero che ci prende tutti, colti e analfabeti, ricchi o poveri, giovani e vecchi, perché è il mistero della vita.
Un bellissimo compleanno. E non è neppure ancora finito.
Non so se sapete quando vi ribolle tutto dentro per la voglia, l’urgenza di scrivere, ma i pensieri sono confusi, appannati e allora vi tenete lontani dalla scrivania con le scuse più assurde, cambiare la lettiera del gatto, spolverare, proprio ora, quel tavolino, prendere ancora un caffè, rispondere a quella mail lasciata indietro e cose così. Stamattina per me è andata in questo modo e anche adesso che pigio le dita sui tasti del computer e scrivo, non so ancora bene dove queste parole, nero su bianco, mi porteranno.
Il fatto è che credo di essere entrata, dall’27/28 febbraio in qua, nella mia quarta fase, quella più difficile.
Prima, prima è arrivata la rabbia. Quando solo teatri e cinema sono stati chiusi, vedere tutti i miei appuntamenti annullati, quelli per i quali avevo lavorato da mesi, intanto che ristoranti e negozi restavano aperti e tutto sembrava continuare come prima, mi faceva arrabbiare e basta.
Poi, quando dall’11 marzo, c’è stata la serrata generale e le città italiane sono diventate deserti silenziosi, è arrivata una specie di strana euforia, le pareti della casa come unico confine di libertà, il tempo srotolato infinito davanti, come se partecipassi a un grande gioco con regole precise. Maledicevo di non poter uscire, muovermi, certo, ma ho cucinato piatti complicati, bevuto fiumi di vino, ascoltato musica ad altissimo volume, ballato nel salotto, videochiamato, videoconferenzato, fatto battute a voce e per scritto e altre cose così.
Dopo più o meno una settimana di questa girandola esagerata è arrivata invece una amara, consapevole malinconia. E’ stato quando ho capito fino in fondo cosa stava succedendo fuori, ho visto gli intubati, i letti di terapia intensiva improvvisati nei corridoi, i morti soli e i sopravvissuti pure, l’impossibilità del lutto, le bare portate via dai camion militari. Questa è stata la fase che mi ha portato a fare gli elenchi delle cose da non dimenticare di questo tempo strano e sospeso, delle cose buone da tenere, l’aria pulita, la scoperta dell’importanza della vicinanza, della carne vicina alla carne, ma anche della fragilità, la necessità di rallentare e cose così. Insomma c’era ancora un movimento, sotterraneo, ma c’era.
Però, a un certo punto, ho iniziato a pensare più seriamente al dopo ed è qui che arrivata la quarta fase: la paura. La paura del disastro economico che verrà, certo, del mio lavoro che chissà come finirà, viste le altre emergenze più impellenti, del futuro di mio figlio che non riesco neanche più a immaginare. Ma insieme a queste, più insidiosa di tutte, la paura mia, solo mia, di non essere più capace ad uscire dal guscio, dopo, di ritrovarmi con muscoli e energie atrofizzate, il cuore infeltrito, la paura di non saper più rinunciare a questo niente che si è impossessato dei miei giorni, come chi è stato troppo al buio e poi non sopporta la luce, come gli ebrei sopravvissuti ad Aushwitz e uccisi dall’indigestione del cibo della liberazione.
Come nel mondo sembra non esistere più nient’altro che il corona virus, sparite le altre malattie, sfumati tutti gli altri problemi della vita, le altre urgenze che prima sembravano improcrastinabili, pff, via, così dentro di me non c’è più nient’altro che questo immobile, silenzioso presente di niente, questa sensazione di inutilità. Questa è la fase immobile, piatta. Paolo, che ha vissuto con noi fino a domenica in quarantena, se ne è andato, biglietto di sola andata verso casa sua, in un altro comune, ché il ritorno chissà quando lo si potrà riprogrammare, ha preferito così, e adesso lui sta solo là e noi stiamo soli qua. Io, da parte mia, non ho neanche più tutta questa voglia di uscire, forse non mi manca nessuno, telefono pochissimo, lavoro niente, leggo poco, le parole scritte mi escono a fatica, cucinare è una fastidiosa incombenza, se non ci fosse mio figlio rinuncerei pure a quella. Guardo come se fosse un film muto l’attività degli altri sui social che studiano e fanno ginnastica e telelavorano e raccolgono donazioni e continuano a cantare. Ieri ho registrato un piccolo video di lettura per il Centro Beppe Fenoglio ed è stata una fatica indicibile. Penso con nostalgia a come sarebbe se ci fosse qui mio marito, che tra pochi giorni sono 4 anni che non c’è più, sarebbe certamente meglio, alterneremmo silenzi a lunghe chiacchierate, forse insieme riusciremmo a progettare un dopo. Mi sento sola. Lo dico, anche se sembra brutto, mio figlio non mi basta. Però so anche che non c’è persona che potrebbe smussare questa solitudine perché è qualcosa di esistenziale, un mare increspato sopra una palla di fuoco.
E poi mi è venuta una contrattura al collo, molto dolorosa, non riesco più a girare la testa a sinistra e i muscoli della spalla, non so come si chiamano, sono duri come ferro e sofferenti. Ci vorrebbe un osteopata, ma non si può.
Ieri ho letto un lungo articolo su Repubblica di Alessandro Baricco sulla necessità dell’audacia, sul dovere dell’audacia da parte degli intellettuali. E’ un bell’articolo, Baricco è un maestro della scrittura, e tuttavia, anche se mi ha messo un po’ all’angolo, ci ho sentito dentro dei buchi di senso, come se tutto questo “pensare positivo” o anche solo tutto questo pensare non tenesse conto sufficientemente dell’insidia del niente. L’ho sentito vero solo là dove ha scritto: “Io in questo periodo non sono particolarmente in forma, ma niente mi impedirà di scrivere alcune cose che so. E’ il mio mestiere”. Anche io non sono particolarmente in forma, e in aggiunta non so quasi più niente.
“Ho pensato a ciò che non potevo sapere né capire, adesso, a tutto ciò che non si potrà mai sapere né capire”
Stamattina ho fatto un lungo bagno, di quelli che nella vita normale, di prima, non si avevano mai il tempo di fare; e intanto che stavo immersa nell’acqua, le orecchie sotto a sentirne il rumore, ho finito di leggere questo libro che vedete in foto.
L’ho comprato quasi provvidenzialmente sabato 7 marzo, alla Feltrinelli di piazza CLN, giusto il giorno prima dell’inizio della mia improvvisa quarantena cominciata domenica 8. C’era già l’emergenza corona virus quel giorno, ma si viveva ancora in un altro mondo, tante gente in giro nel centro di Torino inondato dal sole di un sabato di quasi primavera e persino lo stupore di una lunga coda alle casse, come se tutti in città, improvvisamente, avessero avuto l’idea di acquistare dei libri proprio quel giorno. Io ne ho scelti 5 o 6, tutti abbastanza ad istinto e questo, in particolare l’ho deciso senza conoscere l’autore, Julian Barnes, perché l’ignoranza mia -e di tutti- è sempre infinita, attirata soltanto dallo sconto del 25% in copertina, dal titolo e dalle prime righe della prima pagina.
Non è stato il primo che ho letto in questa quarantena durante la quale, in verità, la lettura mi è riuscita molto difficile, facile come non mai alla distrazione dei pensieri. Ho iniziato con uno dei miei preferiti, Kent Aruf, ed è scivolato via veloce, poi ho continuato con un autore che non rientra proprio nelle mie letture abituali, Mishima, infine ho proseguito con un saggio storico sul declino dell’impero romano che racconta un tempo di carestie, stravolgimenti climatici e delirio di onnipotenza vicino in modo preoccupante a quello nostro di adesso. Solo per ultimo e senza neanche troppa convinzione sono dunque arrivata a questo di Barnes , ma ora che l’ho finito penso ci sia stato in qualche modo un disegno sotterraneo. Era il libro che dovevo leggere. Proprio adesso.
E’ un libro che riflette sul tempo e sui ricordi. Ha una storia, evidentemente, un plot, anche appassionato***, incentrato su un triangolo amoroso di gioventù e sull’uomo “medio” Antony “Tony” Webster arrivato all’età della pensione senza troppi scossoni, un uomo “pacifico”, poco incline al conflitto, uno che ha “smesso di analizzare la vita per prenderla come veniva” e con un talento innato per lo spirito di sopravvivenza, però il centro è senz’altro la riflessione sul tempo soggettivo, sul meccanismo della memoria spesso autoassolutoria e sull’approssimazione mutabile dei ricordi: “Che succede quando, seppur molto tardi, i nostri sentimenti riguardo a fatti e persone del passato remoto cambiano?”, si chiede a un certo punto Tony.
E poi è un libro sui rimorsi che, come si legge, etimologicamente vuol dire “esser morsi due volte”. Curiosa definizione, senza dubbio. Io non ci avevo mai pensato e invece la trovo azzeccata: il primo morso è inconsapevole, il secondo ha tutta la coscienza dell’irrimediabilità.
Non è il miglior libro che abbia letto nella mia vita, ma è un libro che mi ha fatto molto pensare, mi ha costretto a ritornare più volte su certi passaggi dei quali ho già nostalgia e mi ha smosso qualcosa di profondo. Non mi ha dato risposte, ma ancora una volta mi ha avvicinata al bordo del mistero della vita. In fin dei conti è stata una delle letture necessarie che piacciono a me, anche se lo stile di scrittura (che c’entri il traduttore?, chissà) non sempre è stato di mio gusto
Quasi tutte le cose che ho scritto in questo mio blog sono ricordi, piccoli, a volte insignificanti, iceberg riaffioranti dal passato. Quando si comincia ad esplorarlo, il passato, abbandonandosi ad esso senza pre-giudizi, è impressionante come riemergano, quasi indipendentemente dalla tua volontà, particolari da niente, piccoli gesti, dettagli che nel quadro generale della vita in movimento neanche si vedevano. Ti arrivano all’improvviso, quasi come li vedessi per la prima volta. Eppure, ora, sono proprio loro a rivelarsi l’essenziale, il motore di tutto ciò che è venuto dopo.
Chissà come saranno i ricordi di questi giorni sospesi?
*** LA TRAMA: Anthony Webster, quintessenza dell’uomo medio, si avvia a una tranquilla vecchiaia, dopo una vita senza scossoni: ha un’ex moglie con la quale è in buoni rapporti, una figlia ormai grande, dei nipoti. Finché un giorno riceve una strana lettera: la madre di Veronica, suo amore di gioventù, è morta, lasciandogli in eredità cinquecento sterline e il diario di Adrian, intelligentissimo compagno di scuola e amico di Anthony, morto suicida a poco più di 20 anni. Come mai la madre di Veronica ne era in possesso? E perché lasciarlo in eredità proprio a lui? Da qui parte un viaggio a ritroso nella memoria del protagonista, narratore tanto lucido quanto inaffidabile. Riemergono quindi gli anni del Liceo, la complice amicizia di 4 ragazzi, lo strano triangolo amoroso formatosi tra Anthony, Veronica e Adrian, e la catena di eventi scatenatasi per un impeto di rabbia giovanile.
In attesa che termini la quarantena, continuo a metter ordine tra gli appunti scritti in occasione del nostro viaggio in Egitto.
Oggi alle 8 siamo partiti per il tempio di File che vuol dire fine. Una volta, qui finiva l’Egitto. Poi c’era il Sudan, l’Africa nera. Siamo al tempo della terza dinastia, quella nuova, cambiano i volti, la pelle si fa più scura. Intorno ci sono i greci, i romani, il mondo sta cambiando, si è fatto più grande, si incontra e si scontra, è il sincretismo. Si vede nelle colonne, nel tempio di Traiano che si mette la gonna in omaggio agli usi locali e offre voti a Horus e agli dei egiziani. L’isola è bella, “amena“, ho detto e Nicola ha imparato una nuova parola, non la conosceva. Ci arrivi con una barca dal motore mezzo scassato, che per farlo partire bisogna aprirlo. Siamo solo noi e Alì, la nostra guida, e il ragazzo senza nome che guida la barca. Alì ci racconta che fino a una dozzina di anni fa questo tempio aveva un’altra collocazione, poco lontano. Restava sommerso dalle acque del Nilo a metà, quando c’erano le piene, e già non era un bene, ma poi, con la costruzione della grande diga di Aswam, sarebbe stato sommerso per sempre e solo con le bombole e le pinne avresti potuto visitarlo. Allora l’Unesco ha lanciato una campagna per salvare questo e altri 11 siti archeologici, si sono raccolti fondi in tutto il mondo e pietra su pietra si sono spostati in luoghi più alti, più sicuri. C’è pace, serenità, bellezza in mezzo a questo Nilo calmato dalla grande diga, 111 metri costruiti grazie ai russi, e in sfregio agli americani “che si sa, vogliono sempre qualcosa in cambio“, ci dice Alì. Torniamo e andiamo a visitare il negozio statale degli olii essenziali. C’è un medico di qui, nubiano, la pella scura, i baffi, ha studiato in Italia, è dermatologo. In Italia, oltre alla laurea si è preso pure una moglie, medico anche lei, hanno due figlie, vivono ad Aswan in una casa grade e hanno anche una feluca, ma lei lavora in un ospedale di Hurgada, dove son tutti italiani, è molto contenta di star qui, adora la pace del Nilo. Chissà se è una storia vera oppure inventata ad uso dei turisti. In ogni caso con me funziona: ne usciamo con 6 boccette di olio contro tutti i mali e anche le rughe. Nicola dice che spendo troppo, senza pensare, ma a me è sembrato un acquisto intelligente, o per lo meno sensato, meglio di un soprammobile che poi te ne dimentichi. Un breve giro al mercato e poi torniamo sulla nave. Intanto che pranziamo con i nuovi amici italiani di Mantova (una coppia innamorata e sorridente, Cinzia e Christian, hanno una lavanderia specializzata nel lavoro di fino, tra i clienti hanno anche il Teatro Sociale, mi dicono, si prendono cura con amore dei costumi di scena e hanno 2 gemelli, Marta e Sebastiano di 10 anni, lei un po’ più alta di lui, vezzosa, con un ciuffo dei capelli colorato di rosa), la nave prende la navigazione verso Kombo Omo che vuol dire collina d’oro. Circa tre ore. Dopo pranzo io salgo sul tetto della nave. Guardo il paesaggio di sabbia e palme che scorre, un po’ leggo rocco Schiavone, un po’ dormo coperta dal foulard giallo per proteggermi dal vento. Nicola è in cabina, dice che studia, ma invece, sono certa, dormirà.
Il tempio di Kombo Omo è l’unico doppio di tutto l’Egitto, dedicato al falco (il buono) e al coccodrillo (il cattivo). Un po’ la storia di Caino e Abele. C’è un pozzo profondissimo (il nilometro che serviva ad avere contezza delle piene del fiume), c’è l’incisione degli attrezzi de medico, io mi appassiono ai piedi con le loro dita ordinate -“Ma sei feticista?“, mi chiede Nicola- alcune incisioni hanno ancora i colori originali. Il sole brilla ad ovest dall’altra parte de fiume, si prepara al tramonto. Vediamo i coccodrilli imbalsamati, una batteria: “Guarda! hanno ancora i denti”, dice Nicola e mi raconta di Erodoto che ne elogiava la sacralità. Torniamo sulla barca in navigazione verso non mi mi ricordo più cosa. Scrivo che è ormai il tramonto, nel vento del Nilo, finalmente bevo un bicchiere di vino che non è neppure male. Finisco di scrivere che la notte è scesa -in questa parte del mondo arriva più fretta che alle nostre latitudini- e intorno è tutto nero, cielo e acqua confuse. Non c’è più nessuno qua sopra e il freddo è più pungente. Tra poco c’è cena, gli appuntamenti del nostro piccolo mondo della nave, poi c’è un party col cafetano, ho già intravisto brasiliane eccitate truccarsi come baiadere, ma Nicola mi ha già fatto giurare di non ballare e io, del resto, sono troppo stanca. Domani ci svegliamo alle 5, andiamo a vedere qualche altro tempio che adesso non so e poi navigheremo verso Luxor. Fa troppo freddo adesso, non resisto più. Scendo in cabina.
Prego Gazzetta d’alba di pubblicare questo mio scritto, come quell’altro. Non c’è notizia, è vero, se non quella che sto bene, sono in forma smagliante, mai stata così bene nel corpo da quando ero incinta, anche se sto molto meno bene nello spirito, ché i tempi sono quelli che sono e non c’è niente da stare allegri. Sono convinta di non aver contratto il virus, pur essendo stata in contatto con persona positiva: la mia temperatura veleggia tra i 36° e i 36°3, assolutamente normale, non tossisco, benché sia fumatrice, e di conseguenza non ho alcuna crisi respiratoria. Allo stesso modo mio figlio Nicola che diligentemente segue le lezioni online la mattina e studia e fa compiti di pomeriggio. Semmai c’è un problema di convivenza 24h/24H, ma quello è un altro discorso, pertiene all’umano e alla modus vivendi che abbiamo avuto fino ad ora, molto diverso. Sto in casa per rispetto per gli altri, sto in casa perché non si sa mai, perché ho a cuore la collettività e il mondo. Stop, basta così.
Scrivo per raccontare, per dare parole a quello che vedono i miei occhi e sente il mio cuore. Scrivo in prima persona, fotografo con le parole, e ciò che scrivo riguarda solamente me. Poi c’è la questione del “pubblico”, è vero, la questione di chi legge e interpreta e non sempre è sull’onda di ciò che si immaginava scrivendo. Non ci penso mai quando scrivo e forse faccio male, ma forse se lo facessi non scriverei. Ognuno di noi vive nel mondo, ha una famiglia, una storia, una strada tracciata e pubblica. Ci tengo a dire che nelle mie parole ci sono io soltanto e non la mia famiglia. Ci sono io col nome proprio di battesimo e basta, Ci tengo a dire che io e non altri sono venuta a contatto con persona positiva e per questo sto in casa, non incontro nessuno, non parlo con nessuno se non al telefono. Mia madre, i miei nipoti, mio fratello li sento così, ché loro stanno nella zona bianca della vita. E sto bene. La paura è una brutta bestia. Penso, guardo film, leggo, lavoro a distanza, immagino quando tutto sarà finito e torneremo a stringerci le mani e a baciarci, a organizzare spettacoli e festivals. La mia personale quarantena finisce il 19 marzo, nessun altro, tranne mio figlio che vive con me, ne è coinvolto. Guardo dalla finestra le strade vuote della città, è qualcosa di nuovo, e nuovo è anche il silenzio, studio latino con Nicola e mi accorgo con piacere di non averlo dimenticato, che gli anni del liceo non sono stati inutili. Piccole cose. Domani abbiamo in programma di fare la pasta fresca a mano in casa, peccato che non sappiamo dove ho messo l’asse di legno dopo il trasloco, stasera quello di guardare un vecchio film di Hitchcock in bianco e nero. Stiamo bene.
Le cose sono cambiate in un attimo. Fino a ieri la mia preoccupazione principale per l’emergenza corona virus era il lavoro, gli appuntamenti saltati uno via l’altro a seguito delle varie disposizioni governative e regionali. Mi chiedevo perché cinema e teatri chiusi e ristoranti e supermercati no, discettavo su quanto poco fosse tenuta in conto la cultura in questo paese, e poi guardavo con un certo stupore l’affannarsi delle persone, le mascherine che si affacciavano nelle passeggiate al parco, le piazze vuote di venerdì sera, i programmi televisivi solo e soltanto incentrati sul “problema”, la “zona rossa”, le disposizioni, i collegamenti via skype con le persone confinate in casa. Citavo “Cecità” e “La strada” e mi lamentavo per la scuola chiusa, mio figlio sempre a casa, il problema di mettere insieme la sua fame agli orari comandati e i miei impegni di lavoro.
Poi è successo che una persona con la quale sono stata in contatto 4 giorni fa è risultata positiva al test del corona virus e lo ha annunciato pubblicamente domenica mattina. Un minuto dopo già ricevevo messaggi e whatsapp da persone che sapevano del mio incontro con lui e mi invitavano caldamente a contattare i servizi sanitari locali e a fare la procedura del tampone. E poi aggiungevano, come distrattamente: “ma noi ci siamo visti prima o dopo del tuo incontro con lui?”. Noi, a casa, ci stavamo preparando per andare al Gran Balon, domenica era la seconda del mese, c’era il sole e ci piaceva l’idea di un giro nel gran mercato delle cose vecchie e dei colori, magari mangiar fuori, tra un banco di vecchi vinili e uno di giubbotti di seconda mano, far girare un po’ l’economia, come si dice in questi tempi magri, e invece ci siamo barricati in casa, abbiamo acceso la TV e cominciato a telefonare ai numeri verdi che però erano sempre occupati. Per Nicola, da subito, è sembrato una specie di grande gioco, gli è presa un’eccitazione esagerata per l’idea di essere confinati in casa. Io e Paolo ci siamo detti: “Ma da bere ne abbiamo?” e anche noi all’inizio ci scherzavamo su. Fuori la giornata splendeva alla finestra. Poi, a mano a mano, ho iniziato a pensare alle persone che avevo incontrato da giovedì mattina in poi: erano tante. Tra di loro c’era soprattutto mia madre di 88 anni e tutti ripetono che sono gli anziani quelli più esposti e fragili di fronte al virus. Mia madre l’ho vista, sono stata a casa sua, dopo il fatidico incontro, l’ho baciata e abbracciata prima di tornare a Torino, ché dovevamo prendere i libri di Nicola visto che la scuola apriva eccezionalmente per un’ora soltanto e solo quel giorno. Così la chiamo e con tutta l’attenzione del caso le spiego l’accaduto, le dico di restare in casa, che io sto benissimo, ma per precauzione è meglio così e di chiamarmi se solo sente qualche affanno o un colpo di tosse, qualche linea di febbre. Da subito non penso a me, che posso ammalarmi, ma penso al mio nuovo ruolo di untore. Non credo sia per generosità, ma per realismo. L’idea di essere forse portatrice, sia pur inconsapevole, del male mi disturba, mi inquieta. Mi interrogo sul male inconsapevole. Al lavoro saltato adesso non penso più, ma per la prima volta, da quando tutta questa storia è cominciata, mi accorgo sulla pelle di quanto sia facile il contagio del quale parlano da giorni, di quanto sia domestico, facile, persino innocente. Intanto ci prepariamo pranzo: spaghetti aglio e tanto peperoncino, un antibiotico naturale, ci diciamo. Il telefono sempre acceso per prendere la linea col servizio sanitario, ma niente da fare, sempre occupato. Continuano ad arrivarmi messaggi, ridiamo ancora, ma un po’ meno di prima. Annullo gli appuntamenti della settimana, spiegandone, pesando con cura le parole, il motivo. Continuo a fare l’elenco delle persone con le quali sono entrata in contatto, se ne affacciano sempre di nuove, persino il fattorino che venerdì mi ha consegnato la nuova lavatrice. Penso che prima di avvertirle voglio parlare col servizio sanitario, prima o poi riuscirò a prendere la linea. Mi lavo le mani, le striglio con l’amuchina e costringo anche Nicola e Paolo a farlo. Dopo pranzo cado in un sonno profondo e senza sogni. Mi sveglio che la giornata è già quasi alla fine, il cielo si è imbrunito, poche macchine passano sotto le mie finestre. Sto bene, nessuno dei sintomi descritti, solo questa grande inspiegabile stanchezza che leggo come la reazione fisica, quasi naturale, a questa paura che ho dentro, ma mai nominata. E’ solo un’influenza, me lo dico e lo penso davvero, ma è il ruolo di portatrice sana del male, sia pur solo ipotetica, che mi sconvolge dentro. La voce nel frattempo si è ingigantita, mi telefona mio fratello: “Ma è vero che hai passato tutta la giornata con lui?”, “Ma che dici?, al massimo venti minuti, eravamo in un bar, c’era anche altra gente”, mia mamma, nonostante tutta la mia cautela, è sempre portata a romanzare, a esagerare, a mettere nelle cose un po’ di tragedia. Ci convivo da sempre, il corona virus non fa eccezione. Per passare il tempo giochiamo a carte e intanto metto sul fuoco una minestra di zucca, altra vitamina C, importante. La casa sembra piccola, la sera scende, noi non siamo usciti neanche un minuto. Mangiamo cena e insieme alla minestra e al formaggio se ne va una bottiglia di Lambrusco che mette allegria. Dopo cena, finalmente riesco a prendere la linea della guardia medica, la mia telefonata è la dodicesima della fila, aspetto, con la musichetta e la voce registrata che ripete sempre le stesse cose. Intanto mettiamo su un film, ma lo guardiamo distrattamente, un orecchio sempre teso al telefono, per capire se ci avviciniamo al nostro turno. Verso le 22 circa siamo secondi. Per l’agitazione prendo il telefono in mano male e per sbaglio riattacco. Cazzo. Richiamo, ricomincia la coda, ora siamo quattordicesimi. Verso le 23.30 finalmente parlo con una donna gentile, mi scuso per l’ora, “non si preoccupi”, mi risponde, di questi tempi bui siamo tutti più gentili, me n’ero già accorta. Le spiego l’accaduto, lei capisce che sono preparata, so cosa devo fare, che non sono allarmista, si segna i miei dati e quelli di chi è vicino a me, finiamo in un faldone del 118, tra i casi da tenere sotto controllo, mi spiega che da domani mi chiameranno ogni tanto per sapere come va, mi dice di non avere altri contatti per precauzione per 14 giorni, ma questo l’avevo già messo in conto. Finita la telefonata chiamo gli amici più stretti con i quali sono stata più a lungo da venerdì in poi, “chiedo scusa a tutti”, ognuno di loro pensa a chi ha incontrato a loro volta, ognuno di loro ha una mamma o un papà anziani da proteggere. A tutti dico che io son convinta di non aver preso niente, che dentro di me ne sono proprio sicura, ma che è anche, ovviamente, una sensazione mia, niente di scientifico e il tampone non lo fanno a chi è asintomatico come me, e che in via cautelativa conviene comunque prendere delle precauzioni, senza però farsi prendere dal panico. Poi mi richiama per altre due volte la signorina gentile della guardia medica, mi spiega che devo fare anche un’altra procedura, telefonare al 112 e chiedere di essere messa in contatto col medico del 118 che sta chiuso “come in un acquario”, dice proprio così e io me lo immagino, sideralmente isolato sotto un tendone trasparente, attaccato alla cornetta, e ha preso in carico il mio caso. Mi spiega, e si scusa per la confusione, che la procedura non è ancora chiara fino in fondo, che ci sono tante persone che lavorano, che c’è non poca agitazione. La ringrazio, mi riattacco al telefono, faccio anche questa trafila, sono stanca, Nicola dorme già.
Oggi è il secondo giorno da quando ho saputo. Continuo ad essere più stanca del normale, ma niente sintomi, probabilmente è semplicemente la noia, la giornata passa lenta e al tempo stesso velocissima, adesso sono quasi le 18 e non ho fatto niente per davvero. Non sono di quelle che approfitta delle parantesi dal lavoro per fare ordine in casa, risolvere quel problema che non c’è mai stato tempo di affrontare, pulire a fondo i pensili della cucina e il forno. Il tempo vuoto, libero, aperto mi schiaccia, funziono meglio in emergenza, quando non si sa cosa far prima. Ho letto un po’, guardato un documentario su Samatha Cristoforetti che doveva venire alla Fondazione e invece l’appuntamento è saltato sempre per via del corona virus, che donna meravigliosa è lei, atterrata dopo oltre 190 giorni nello spazio e sempre il sorriso sotto gli occhi stanchi, provati, le gambe che non la reggevano. Guardo alla finestra l’ultimo sole che si butta dietro alla collina, i suoi riflessi sull’acqua metallica, fumo, ho scritto queste parole. Tra poco esco a far due passi stando lontana da tutti, giuro, giusto per respirare un po’. Domani, giuro di nuovo, mi do una mossa. I miei 14 giorni scadranno giovedì 19 marzo.
Siamo partiti ieri, alle 16 da Malpensa, ma la vacanza vera, il viaggio, è cominciato solo oggi, stamattina presto, h.7.30. Ieri siamo arrivati che era già notte, nel traffico del Cairo, stanchi, confusi e siamo stato scaricati come le nostre valigie all’Hotel Le meridien pyramide senza che ci rendessimo neppur bene conto di dove fossimo davvero, giusto il tempo di lavarci i denti, connetterci al wi-fi e andare a dormire.
Ma al mattino presto, dopo colazione, esco per fumare una sigaretta e c’è già la prima sorpresa: l’alba che sorge, il cielo striato di azzurro, rosa, arancione e dalla piscina dell’hotel, insieme agli operai che cominciano i lavori di ripulitura, sullo sfondo occhieggiano, tre piramidi, quasi come essere in un sogno surrealista. E’ un attimo e già si comincia, il viaggio culturale è quasi un lavoro, non ammette tentennamenti, ritardi, pause. Nella hall del Piramide ci incontriamo con Halla, la nostra guida per la giornata, una donna bella come una regina egizia, gli occhi scuri bordati di nero, ma con le gambe grosse, che pare essere la malattia di questi posti. Il programma è intenso, le tre piramidi della piana di Giza, la sfinge, il museo del Cairo, una puntata al mercato centrale. Intanto le nostre valige vengono caricate perché alle 19 dovremo già essere all’aeroporto, prendere un altro aereo per Aswan, tre ore di volo più a sud e di lì iniziare la nostra crociera sul Nilo.
Si uniscono a noi per la gita al Cairo, tre italiani strambi della riviera romagnola, una coppia sposata con figli ormai grandi e insieme a loro Marta, vedova arzilla di 70 anni che fuma sigarette sottili e parla come un uomo. Anche Alla, la nostra guida, è vedova, lo scopro chiacchierandoci insieme, chiedendole di lei. Suo marito è morto e l’ha lasciata con due gemelli ancora piccoli che pra hanno 14 anni. Non porta il velo, anche se è mussulmana, “perché la verità e la purezza del cuore –mi dice- sono dentro di te, non fuori”, ma aggiunge anche che è difficile in Egitto uscire dagli schemi, com’è difficile essere una donna sola, senza un uomo accanto. Anche come guida la chiamano soltanto quando le guide maschio sono finite, l’extrema ratio, insomma e invece lei ha tanto bisogno di lavorare. “Perché non ti sei risposta Halla, sei così bella?”, le chiedo, “Perché non volevo e non potevo rinunciare ai miei figli -mi risponde- e in Egitto un uomo che ti prende non vuole prendersi dei figli che sono di un altro“. Resto ammirata di fronte al coraggio e alla potenza di Halla e intanto scarpiniamo sulla sabbia rossa, entriamo dentro la Piramide di mezzo, quella di Kefren, ed è una discesa a testa bassa, in un cunicolo per arrivare dove un tempo c’era il sarcofago e adesso resta solo la pietra; poi in groppa a due cammelli attraversiamo un pezzo di deserto, facciamo il giro in tondo, insomma, una trentina di minuti e ci troviamo di fronte alla Sfinge, sfregiata al naso e derubata della barba dai francesi: è bellissima, enigmatica come suggerisce il nome e intorno a lei, nonostante i turisti che girano intorno e il gran vociare, il tempo sembra sospeso. Guarda lontano verso la città enorme che pulsa e corre, ma è avvolta dal rosso della sabbia. Si sente la regalità e pure il rispetto dei morti, mi sembra che ci si debba inchinare di fronte al mistero. Ma non c’è tempo, il giro deve continuare, corriamo a vedere la grande barca solare, quella che i faraoni si mettevano nella tomba smontata (una sorta di kit ikea ante-litteram, ma senza chiave a brugola) per affrontare il viaggio per l’al di là. Intanto si è fatta ora di pranzo e abbiamo in programma di andare ad un ristorante sul Nilo per gustare la cucina locale: c’è pane arabo caldo, hummus di ceci e altre salsine, tutte in piccole ciotole, ci sono le melanzane cotte nel coccio, un dolce di cocco molto dolce, In bagno riesco a perdere 10 euro che avevo nella tasca dei jeans pronti per le mance che qui si danno sempre e a tutti. Mi sono distratta a guardare le donne che sono velate, ma anche molto truccate, vistose, con gioielli appariscenti e una seduzione sempre esposta.
Dopo pranzo è la volta del grande museo egizio de Cairo, ne stanno costruendo un altro che sarà super moderno e grandissimo, inaugurato probabilmente quest’autunno, dopo molti ritardi, ma questo vecchio che visitiamo a me piace tantissimo: è sporco, fané, cadente, rigurgitante di reperti sparsi in ogni dove, sulle grandi statue dormono anche i gatti e le vetrinette sono da inizio novecento con le scritte a mano, alcune in arabo, altre in francese, altre ancora in inglese, a seconda dell’archeologo che le ha catalogate. Vediamo gli oggetti della tomba di Tutankhamen (che regnò dai 9 ai 18 anni e fu ucciso probabilmente dai sacerdoti), la maschera d’oro massiccio, le armi, il letto, i tre sarcofagi, vediamo soprattutto la meraviglia delle opere dell’Alto Regno quando c’era pace, tranquillità, tutti stavano bene. Mi incanto di fronte agli sposi che vedete nella foto, lei bianca, lui abbronzato perché lavorava all’aperto, era ingegnere, e il suo è l’unico volto di tutti gli egizi con i baffi, mi pare di cogliere l’amore che c’era tra i due, la loro serenità, gli occhi sono di cristallo, vivi.
Poi in fretta al mercato, che è come quello di tutte le città mediorientali, un suk colorato e caotico rigurgitante di spezie, il traffico del Cairo, l’aeroporto deserto per via de venerdì di preghiera, il volo per Aswan e la nostra crociera. Ci accoglie Mohamed, parla un francese perfetto (ma anche inglese, tedesco e un poco di italiano), fa con leggerezza e col sorriso la lezione a Nicola sull’importanza di studiare per essere una brava persona, libero. Arriviamo alla nave, un po’ è una delusione, panini cattivi per cena, wi-fi a prezzi stellari, ancora niente di alcolico da bere, e sfioro la crisi d’astinenza. Adesso scrivo dal Nilo, intorno le luci di una città turistica, ma la nave sembra un battello fantasma, anche i bar sono chiusi. Fa freddo, ho i capelli bagnati, la maglia di lana di Nicola addosso, fumo l’ultima sigaretta e poi vado a dormire. Da soli, si viaggia meglio, gli occhi sono più attenti, i sensi più vigili, la paura si fa sfrontatezza, coraggio. Però questi giorni con Nicola erano necessari.
Sul settimo e ultimo giorno a Zanzibar non c’è molto da dire. Sono stata qui, nel dirventimentificio e ho cercato di risposarmi che domani parto e dovrò svegliarmi alle 5 meno qualcosa. Sono stata tra me e me, ho letto, scritto, camminato, scambiato qualche sorriso con i polacchi che ormai mi considerano una di loro. Sono andata di nuovo da Ahiscia e la sua pancia per un massaggio. Ho comprato un pareo verdeblu. Ho scoperto che nell’oceano ci sono orti che emergono solo con la bassa mare. Si coltivano alghe che qui non piacciono a nessuno, ma le vendono ai cinesi. Le donne le raccolgono sedute nell’acqua bassa intanto che i bambini giocano liberi. Ho accarezzato mani e giocato con i piedi dei bambini che ridevano come matti. Ho dato due baci ad Hamadi dicendogli di non dimenticarmi e gli ho fatto le ultime due domande, se c’è il divorzio, e lui mi ha detto con la sua voce che sempre sorride, di sì, ma solo gli uomini possono chiederlo, e poi se esistono i gay e lui mi ha detto, sicuro, no, non esistono, passano dei guai. “Ma tu ne conosci?”, gli ho chiesto io. “A Uroa no, ma a Stone Town ce ne sono“. “È una vita dura“, allora, gli dico io. “Sì, per loro, molto dura“, mi ha risposto. Ho fatto l’ultimo bagno nell’oceano, mi sono concessa una Pinacoladata, che non avevo mai assaggiato e non è che mi sia piaciuta granché. Adesso c’è un complessino che suona, la ragazza ha davvero una voce speciale ed è molto bella nel suo pareo viola e giallo. Due coppie ballano sulla pista. Io andrò a vedere per l’ultima volta il mare e queste stelle che non conosco, se capita saluto Mosè, il masai buono che non si sposerà mai perché non ha abbastanza mucche e poi vado a preparare la valigia.
È impressionante quanto la gente mangia in vacanza. Anche adesso, che qui è momento di colazione, il gruppo delle vecchie signore grasse sudafricane che è giusto dietro di me, ha piatti stracolmi di uova, patate, insalata, prosciutto, salse, dolci, frutta, pane, tutto insieme. Una di loro, la più anziana e con stampella, non potendo farcela da sola, ha guidato la cameriera nella scelta e non finiva mai di indicare nuove pietanze da aggiungere al piatto che a stento reggeva tutta quell’abbondanza. E gli altri, tutti più o meno uguale, a parte un’anziana signora decisamente anoressica, uno scheletro viaggiante, che mangia con lentezza esasperante un piccolo pezzetto di papaya. Io cerco di star dietro a tutto questo, ma già boccheggio, non sono abituata e il mio stomaco, infatti, risentito, insieme ai mie pensieri un po’ confusi, mi hanno svegliato alle 3,10, dopo 3 ore appena che dormivo e non c’è stato più verso di stare a letto. Sarà che ieri sera all’ultimo mi son messa a chiacchierare col masai Mosè che sogna di poter vedere un giorno la neve dal vero e che per sposarsi, anche se ha già 35 anni e 10 fratelli restati in Tanzania, aspetta di avere 20 mucche da donare al futuro suocero. Una donna di qua, zanzibarina, proprio non la vuole, sono belle le ragazze sì, lo vede anche lui, ma sono diverse, hanno pensieri diversi e parlano swahili, no, no, una moglie di qui proprio no. Un po’ come se uno del continente non accettasse mai di sposare una sarda, o un francese una donna corsa. E poi, mi spiega, deve lavorare, pensare alla famiglia d’origine che è in Tanzania e guarda le mucche. Non è come da noi che i genitori si preoccupano per i figli, qui in Tanzania sono i figli che devono preoccuparsi dei genitori. Oggi il cielo è coperto, chissà forse pioverà. Io comunque parto per la gita, spero di reggere. Comincia il sesto giorno a Zanzibar.
10 marzo 2019
E il 7 giorno a Zanzibar, ma io racconto del sesto
Ieri sera ero troppo stanca per raccontare, la notte prima avevo dormito tre ore soltanto e alle 8 sono partita per l’ultima gita insieme ai miei 20 polacchi e al solito Hamadi. È incredibile quanto i polacchi siano chiusi nel loro mondo, parlano pochissimo, se non niente, inglese e non sono molto socievoli, però tra di loro sono crassi e ridono molto, più di una volta ho sentito la parola “viagra” e “concubina“. Hanno molti tatuaggi, anche quelli in là con gli anni, dev’essere il frutto di una frenesia da post-comunismo. L’obiettivo della gita era andare a vedere i pesci più belli del mondo e le tartarughe giganti. Abbiamo viaggiato un po’ in pullman con le solite soste per comprare birre e frutta e poi per recuperare pinne e maschere. In giro sulle strade ci sono pochissime macchine private, per lo più pulmini di turisti. La gente locale va a piedi o su bici scassatissime, qualche volta in moto e così al nostro passaggio, sempre le persone si fermano a guardare come fossimo extraterrestri, gli occhi stupiti, ma la bocca che si apre subito al sorriso e la mano ai saluti. I villaggi sembrano accampamenti, non c’è separazione tra uomini e animali, galline, capre pezzate, mucche, e il concetto di proprietà privata è qualcosa di molto labile. Sempre c’è uno spazio comune, una tettoia con le panche tutt’intorno a ricostruire l’idea del cerchio e della comunità. I bambini creano sciami colorati che si muovono veloci e saltano e ridono, si guardano l’un l’altro, succede di vedere una bimba di 5-6 anni che ne porta legata alla schiena un’altra di qualche mese. Sono vestiti con quello che capita, magliette troppo larghe o troppo piccole, jeans pesanti con 40 gradi all’ombra, ma non stanno male, non sembrano per niente denutriti. Però tutti hanno denti rovinati e macchiati e camminano sempre scalzi anche sulle rocce più dure. Il nostro viaggio in pulmino è durato circa 40 minuti poi siamo arrivati ad una grande spiaggia bianca e di lì, con due barche, siamo arrivati nei pressi di un’isola privata, proprietà di Bill Gates. Sopra c’è un albergo esclusivo, si pagano 1700 euro a notte più gli extra, ma dal mare non si vede, è nascosto dagli alberi che creano una specie di grande ciuffo verde in mezzo alla sabbia bianca tropicale. Il mare ha tutte le sfumature del blu, dell’azzurro e del verde e sembra il paradiso in terra. All’isola di Bill Gates non ti puoi avvicinare, se ti beccano ci sono 1000 dollari di multa e i poliziotti che la presidiano tutto intorno stanno lì a ricordatelo. Io la guardo e penso al pacchetto Microsoft, a excell, a word, a power point trasformati in sabbia bianca conchiglie e palme. Vicino all’isola, comunque, c’è un luogo, protetto dalla grande barriera corallina, famoso per fare snorkeling e allora ci andiamo, ancoriamo e con pinne e maschere ci tuffiamo. All’inizio sono molto delusa, non vedo niente, solo sabbia e qualche alga, penso che il posto dove siamo stati il secondo giorno, magari era meno famoso, però c’erano molti più pesci. Mentalmente do la colpa a Bill Gates, ma poi mi spingo verso le acque più profonde e vedo il pesce più bello e più strano che potessi immaginare. Grasso, grassissimo, più largo che lungo, il muso come una trombetta, gli occhi che erano un misto di paura e curiosità, il dorso nero a pois bianchi che si facevano più grandi verso la coda il resto del corpo viola con piccoli puntini di un viola un po’ più rosato. Siamo stati un bel po’ a guardarci, lui protetto da una roccia dalla quale si affacciava continuamente, io giusto davanti. È stato il segnale, un attimo dopo sulla mia sinistra sfreccia un pesce lunghissimo, grosso, giallo fosforescente con una riga verticale verde ed un’altra arancione, sembrava un pesce evidenziatore, non si ferma, va via veloce, ma inseguendolo resto rapita da bagliori gialli, intermittenti, che baluginano dalla superficie fino al mare più profondo. Sono pesci a righe bianche e nere, molto eleganti, ma con una spruzzata di giallo vivo sul dorso, se ne stanno lì, sospesi, a intervalli quasi regolari, portati dalle correnti e illuminano l’acqua come se arrivasse improvvisamente il sole. È bellissimo da vedere e resto per un po’ incantata, mentre il traffico marino procede indifferente, pesci che vanno e vengono, come presi da certe inspiegabili urgenze. È un mondo misterioso per me, quello che c’è sotto le acque, mi avvicino sempre con stupore, rispetto ed anche un po’ di paura. Intanto che me ne sto lì, immersa in questi pensieri, mi tocca da dietro qualcosa di molto grosso e nero, faccio un salto (se si può dire fare un salto sott’acqua), mi spavento enormemente, il cuore mi va in gola, mi giro e scopro che era un sub, di quelli con le bombole, che con tutta evidenza era molto più distratto di me. Sull’isola di Bill Gaets non si può salire, è vero, nemmeno se sei un naufrago, però la bassa marea dimostra la sua democraticità e fa emergere a sud e a nord dell’isola due lunghe strisce di sabbia bianchissima che si protendono nell’oceano. Lì si può attraccare, così ci fermiamo e hamadi sulla spiaggetta provvisoria, destinata a scomparire con l’arrivo dell’alta marea, affetta cocchi, angurie, manghi e ananas, distribuisce banane. Sembra di stare dentro un catalogo di vacanze e invece è la verità, io ci sono dentro e ci sono dentro anche i polacchi che come me non hanno parole per dire la bellezza di questo posto in mezzo all’oceano indiano, una bellezza transitoria che di lì a poche ore sarà di nuovo sommersa dalle acque. Un trionfo di azzurro e celesti, indaco e verdi e acque cristalline che si increspano in piccole onde. Sul lembo estremo vedo un ombrellone, un tavolino, due persone sedute, due grandi borse frigo ai lati. È una bella immagine, lontana, non si vede bene, chissà perché penso possano essere due pensionati che si sono trascinati, non si sa come, le loro cose fino lì. Mi viene in mente il vecchietto di “Up”, mi convinco davvero che sia così, anche se la spiegazione è del tutto assurda. Mi avvicino, piano, e quando ci sono quasi mi rendo conto che si tratta invece di due giovani, lui e lei, rampanti e in perfetta forma, occhiali rayban e costumi alla moda. Il tavolo è apparecchiato come se fosse un ristorante esclusivo, calici di cristallo di vino bianco e vassoi appena toccati con ogni ben di dio di pesce, frutta, verdura, tovaglioli di tessuto, posate. Capisco allora che deve essere uno dei servizi esclusivi degli ospiti dell’isola di Bill Gates, l’extra che si aggiunge ai 1700 a notte. La cosa buffa, però, è che di lì a poco i marinai, tutti giovani ragazzi neri, che ci hanno accompagnato in barca, si mettono a pregare -sono mussulmani ed è l’ora della preghiera- proprio dietro a loro, dietro ai giovani rampanti che pasteggiano a 5 stelle sulla bellezza provvisoria. È qualcosa di surreale, due mondi che si incontrano senza incontrarsi davvero, ma che possono coesistere in quel posto che dura il tempo della bassa marea, in mezzo al nulla. Ho fatto una foto, la vedete qua sotto, tra le altre. Poi via, di nuovo in barca, torniamo sulla spiaggia da dove siamo partiti e lì Hamadi ha organizzato il solito pranzo di pesce, patate fritte, gamberi ed aragoste. I polacchi si sciolgono, sono tutto scarmigliati, eccitati. Io invece quasi non mangio, comincio a non stare bene, credo di essermi beccata una mezza insolazione, nonostante la crema abbondante, perché sulla barca, per lasciare il posto all’ombra a loro, che son tutti molto più bianchi di me, mi son messa in sole pieno vicino al ragazzo che guidava il motore in fondo alla barca. Però non mollo, dopo pranzo pago i 10 dollari in aggiunta per andare a nuotare insieme alle tartarughe giganti. Siamo solo io e altri 6 polacchi, tre coppie, gli altri preferiscono aspettarci sulla spiaggia degli italiani, che sembra Riccione, vicino al villaggio Eden, nord-est dell’isola, con racchettoni, beach volley e tutto il resto, non andateci mai. Io ci sono stata cinque minuti e scappando ho benedetto i polacchi e le barriere linguistiche che mi hanno obbligata a concentrarmi sull’isola e i suoi abitanti, dimenticandomi dell’Europa e del già conosciuto, almeno per una settimana. Arrivati dalle tartarughe ho pensato che non ce l’avrei mai fatta ad immergermi, era una grande pozza circondata da rocce e da folta vegetazione tropicale che oscurava il sole, c’era molto vento e faceva freddo. E poi dal bordo si vedevano pesci enormi che nuotavano con un’espressione tra l’imbronciato e l’apatico in mezzo alle tartarughe che erano davvero gigantesche, centenarie, preistoriche ed enigmatiche. Però ormai ero lì, non potevo tirami indietro così mi son detta mentalmente one, two, three e mi sono tuffata. Il traffico era intenso, le tartarughe ti venivano addosso da tutte le parti e anche i pesci, non avevamo paura, si facevano toccare e poi ti guardavano fisso con quegli occhi antichi, neri. In fondo in fondo, mimetizzata dalle sabbie e dalle alghe ne ho vista una davvero enorme, più di un metro di lunghezza al minimo, e mi son detta che avrà avuto almeno 500 anni e ho pensato a come è cambiato il mondo intorno a lei da quando è nata fino ad ora, e lei non ha smesso di nuotare. Il ritorno è stato silenzioso, anche i polacchi erano stanchi. Io tremavo dal freddo e guardavo dal finestrino la notte che è scesa tutta insieme, senza annunci. Il buio intorno qui è totale, di luce elettrica ce n’è pochissima, i fari delle poche auto, ogni tanto la luce di un negozietto aperto o di qualcosa che assomiglia a un bar. Eppure, ai bordi della strada, uomini, donne e bambini continuano a camminare senza sosta, meno male che i loro vestiti hanno colori sgargianti e poi bianchissimi sono i denti e gli occhi. In un villaggio, centinaia di persone di tutte le età si sono radunate intorno a un tv improvvisata in mezzo alla piazza, un televisore grande e spesso, di quelli che da noi non si usano più, trasmette una partita di calcio e si sentono attutite dal vetro, tifo e risate. È un attimo. Arrivati in albergo, mangio giusto un piatto di riso bianco, c’è uno spettacolo dedicato a Michael Jackson, un suo sosia perfetto balla thriller, sembra di essere stati catapultati negli anni ‘80, ma non per me, questa sera cedo, passo la mano. Prendo una rassicurante Tachipirina, manco mi faccio la doccia e mi metto a letto
L’isola di Bill Gatesparadiso provvisorio accanto all’isola inaccessibile di Bill GatesHamadi e l’aragostacalamari gigantiuna tartaruga centenaria
Oggi non ho tanto da raccontare. Non mi sono mossa da qui, dal diverimentificio, però ho percorso 7km. Approfittando della bassa marea sono andata in mezzo al mare che ha restituito isole di sabbia bianca e panorami da cartolina, barche incagliate e donne stanche che raccoglievano conchiglie. Ho camminato tanto e ho avuto paura che la marea cambiasse all’improvviso, mi sommergesse me e il mio telefono che è l’unico contato con il mondo che mi appartiene e che adesso è così lontano. Comunque ce l’ho fatta, sono tornata e poi ho fatto anche una lunga passeggiata sulla spiaggia bianca e ho raccolto conchiglie. Intanto i bambini sono usciti da scuola, ma io ero pronta avevo pastelli a cera e magliette rosse. Mi hanno accompagnata, hanno cantato per me e ci siamo capiti anche se non avevamo nessuna lingua in comune. Io amo i bambini, i loro piedi piccoli, la loro voglia disperata di essere grandi che si mescola al bisogno del gioco e della pazzia. Ho ripensato molto alla bella ragazza di 16 che ho incontrato ieri e che pescava con suo fratello. Lei è di certo la più felice del mondo, ma alla mia età non ci arriverà mai oppure ci arriverà distrutta, consumata dalle gravidanze e dal sale e dalla fatica. Noi occidentali di pelle bianca e mediamente ricchi abbiamo barattato l’intensità con l’estensione, con la durata, l’animalità col cervello. Una specie di patto col diavolo. La quadratura del cerchio, anche se io continuo ad inseguirla, probabilmente non esiste. A questo ho molto pensato oggi e così mi è venuta anche una malinconia, una tristezza. Mi sono dimenticata di mangiare pranzo, sono arrivata tardi ed era già tutto chiuso. Pazienza, ho bevuto un po’ di vino bianco (sempre cattivo, ma mi sto abituando) e mangiato un po’ di pane. Il pomeriggio ho letto “il tunnel” di Yoshua e un po’ dormito, fino a che il gruppetto in vacanza di sudafricane nere, grasse come mamies di “Via col vento”, mi hanno svegliato perché ballavano e cantavo in piscina, debordanti, coperte d’oro e felici. Domani partono, come i fuochi d’artificio, hanno sparato le loro ultime cartucce. Io invece domani vado a nuotare con i delfini e a vedere le tartarughe, così mi ha promesso il mio amico Hamadi e mi ha fatto anche uno sconto visto che si tratta della mia terza gita con lui.
Oggi non mi sono mossa da Uroa e dal mio hotel. Però sono andata a fare un massaggio da Ahisha sulla spiaggia. 10 dollari per un’ora e più di dolcezza. Anche se la sensazione era molto piacevole, sentivo una rugosità sulle sue mani, ho pensato che avesse un po’ di sabbia, farà un po’ di peeling mi sono detta, però poi ho capito che erano le sue palme ad essere consumate, non era la sabbia, era la fatica. Ahisha ha due gemelli, un altro bimbo e un altro che arriverà nella pancia, ma non sa ancora se sarà maschio o femmina. Le ho lasciato tre quaderni di scuola per i figli che ci sono già e mi è parsa contenta. Poi ho fatto una lunga passeggiata sulla spiaggia che era enorme, per via della bassa marea, c’erano barche incagliate in attesa del ritorno del mare, molte conchiglie sorprese dal ritiro delle acque, ho incontrato una ragazza bellissima di 16 anni che pescava nelle acque basse con un bastone uncinato insieme a suo fratello. Mi ha fatto vedere il bottino, lo vedete nella foto qua sopra. Anche se non si capisce bene, ho deciso di metterla comunque. La ragazza voleva un dollaro per la foto, ma io non ne avevo, lei mi ha sorriso – e il suo sorriso era pieno di vita – e mi ha detto che andava bene lo stesso. Sulla spiaggia ho trovato una chiave tutta arrugginita, ricoperta di alghe e mi é sembrato un segno, allora l’ho presa, me la porterò in Italia. E intanto che camminavo pensavo a quanto sono cambiata dal mio arrivo qui. All’inizio avevo paura, tutto mi sembrava un pericolo e maledicevo l’idea di partire da sola per un posto così lontano. Non capivo come funzionavano le cose, ero rigida, trattenuta, poi, non so neanche io perché, ho dato fiducia al piccolo Bambi, Alì nella vita vera, che mi ha avvicinato sulla spiaggia. Ho accettato di fare con lui la gita dalle scimmiette e alla lingua di sabbia del secondo giorno. Mi son detta: magari mi aprono in due, non appena scopriranno che son sola. E invece ho conosciuto Hamadi e big Herman il sudafricano, persone meravigliose. E il giorno dopo sono andata, sempre con loro, a Stone Town e alla piantagione delle spezie. Ho conosciuto Sameind, non so se si scrive così, 21 anni e tutta la fatica sulle spalle, la paura si è sciolta. Ho cominciato a muovermi da sola, come un pesce nell’acqua, a dire “jambo jambo” a tutti, ad allontanare con eleganza – I want to stay alone, please – quelli che mi avvicinavano e magari io non ne avevo voglia. La paura nasce dal non sapere, dal non conoscere e dal non riconoscere. Adesso sono più consapevole. Cercherò di non dimenticarmelo. Quando sono tornata dalla passeggiata c’erano tanti bambini sulla spiaggia, tutti con la divisa, usciti da scuola. Le bambine avevano un velo bianco e la tunica blu, qui la maggior parte della popolazione è mussulmana ma senza estremismi, con allegria, e i bambini i pantaloni blu e la camicia a quadretti. Avevano imparato a dire “caramelle, caramelle”, in italiano, però io non ne avevo, sicuro mi hanno maledetta. La maggior parte aveva i denti mal messi, da noi avrebbero messo con urgenza l’apparecchio, qui, da grandi, invece, li perderanno. Poi una signora bianca in bikini che stava protetta dal recinto dell’albergo ha cominciato a gettare dolci, come dalla finestra e i bambini si sono assiepati tutt’intorno, scavalcando le rocce a piedi nudi, come i cani quando si getta un osso, mi si è gelato il sangue. Ho sentito tutta l’ingiustizia del mondo, ma sono certa che anche la signora in bikini l’ha sentita, c’è stato come un fermo immagine, un dolore nel cuore, prima che la vacanza ricominciasse. Stasera Hamadi mi ha invitato in discoteca, ma gli ho risposto che no, grazie, sono troppo vecchia. Lui mi ha scritto, come se mi conoscesse da tutta la vita: no sei bella, non sei vecchia, semplicemente hai smesso di vivere. Anyway, stasera starò qui, tra poco vado a cena. La vita è bella.
Terzo giorno a Zanzibar Mi sembra di esserci da tempo immemorabile e mi sto anche abituando al divertimentificio. Però il cielo è diverso, non c’è il grande carro e nemmeno quello piccolo, non trovo la stella polare. Ora è notte profonda e sono appena tornata dalla gita a Stone Town e alla piantagione di spezie. Qui, adesso, donne bianche ballano balli pseudo africani, provando a muovere il culo e inventando coreografie di gruppo, alzano e abbassano le mani, ridono molto. Io guardo da lontano, sono stanca, la giornata è stata faticosa (se si può dire, senza vergogna, “faticosa” di una giornata di vacanza) perché il caldo era forte e umido e spegneva la volontà. Bevo un bicchiere di vino bianco (sempre cattivo) e scrivo sotto la palma approfittando di un refolo d’aria. Però solo ieri sera ho ballato anche io, scatenata, fino a mezzanotte e oltre, dimenticandomi persino chi ero. Qui funziona così e non c’è neppure mio figlio a dirmi che non si fa, che si vergogna a vedermi ballare, che le mamme serie non lo fanno. Dunque, dicevo della gita. Siamo partiti io, i tre sudafricani e il solito Amad e la prima tappa è stata la piantagione di spezie dove ho imparato un sacco di cose, ad esempio che dell’albero della cannella si usa tutto, come per il maiale: le radici, le foglie e la corteccia che è poi quella che arriva da noi in rotoli. E poi la cosa più straordinaria: che la noce moscata la usano le donne per fare il loro addio al celibato. Gli uomini bevono in gruppo, loro non possono e allora immergono tre o quattro noci moscate in latte o acqua e l’effetto è disinibente, eccitante, diventano dragonesse del sesso. Lo scrivo caso mai qualcuno volesse provare. E poi siamo andati dritti alla capitale, al mercato, un grande suk che occupa il centro vecchio della città e dove tutti ti assalgono, bisogna contrattare alla morte e io non sono capace, così mi facevo scudo di Herman, il sudafricano gay di 180 kg circa, un colosso, una montagna di bontà e simpatia. C’erano spezie, carne, pesce, frutta e poi stoffe colorate, bracciali, collane, mobili, persino computer Toshiba usati e ferri da stiro della moulinex, tanti colori, tanti profumi, bambini dai tratti indiani, perché i geni si sono mescolati dalla notte dei tempi, e altri neri come ill carbone, donne velate come in arabia saudita e ragazze colorate come regine, il portamento eretto, le labbra che erano un invito e gli occhi neri e golosi. La casa di Freddy Mercury che ora è un hotel e poi il sunset al bar sull’oceano. Io ho rotto il mio bicchiere, guardato la gioventù che si esercitava nelle acrobazie sul prato sotto il nostro balcone panoramico, riso insieme ai ragazzi che si tuffavano in mare per combattere il caldo ed erano pieni di vita, quella che noi non conosciamo più, e approfittato del wi-fi per telefonare in Italia. Cosa vedevo è raccontato nella foto qua sopra, ed è un tempo sospeso di bellezza e pensieri sull’ingiustizia del mondo. Prima di rientrare siamo andati allo street food sul lungomare: calamari, polpi, gamberi, pane arabo, c’era di tutto e zanzibarini vestiti da cuochi ti trascinavano ognuno al loro banchetto. Mi siedo vicino ai cannoni e “you are looking for me?”, subito arriva un ragazzo col sorriso largo a cercare un contatto, ma io gli rispondo: “I could be your mother”. Parliamo piuttosto di come vanno le cose a Zanzibar. Il ritorno sul pulmino è silenzioso, siamo tutti stanchi, la notte è piombata ed ha avvolto tutto, centinaia di persone camminano lungo la strada facendosi luce col cellulare, ogni tanto una bici o una moto, ma più rara. Qui ci sono Px 125 che da noi sono considerati vintage e valgono una mezza fortuna. Se solo lo sapessero che con una vespa ci potrebbero campare due anni…. Siamo quasi arrivati. “Aucuna matata” dice Amad con la voce stanca “Aucuna matata” rispondiamo noi e sembra un rosario nel caldo appiccicoso. “Jambo Jamobo“, aggiunge Herman che è l’anima del gruppo in un impeto di entusiasmo.
Avevo deciso di non fare niente, di passare il tempo a leggere, pensare e a prendere il sole. Avevo deciso, soprattutto di tenermi lontana da ogni tentazione culturale e pure antropologica e invece oggi ho fatto una gita, convinta da un beach boy sulla spiaggia. Così mi sono trovata in un pulmino, alle 8 di questa mattina, insieme a una ventina di polacchi bene in carne e a tre sudafricani, di pura razza bianca, ben oltre il peso massimo. Prima tappa una foresta, parco naturale, a vedere le scimmiette rosse. E’ stato bellissimo, solo verde profondo e profumi e suoni di animali mai sentiti. Le scimmiette avevano la coda lunghissima e scappavano via veloci di albero in albero. Ho imparato che l’eucalipto è afrodisiaco e me ne son messa due foglie in tasca e poi che le bacche di un albero che non ho capito servono da amuleti e allora ne ho preso anche una di quelle, che non si sa mai. Però qui, nel mezzo della jungle, c’è stata anche la rivolta dei sudafricani e pure, ma più sommessa, la mia perché il beach boy che ci accompagnava parlava solo polacco stretto e noi non capivamo niente. Così, alla tappa successiva, quella che prevedeva il safari blu con viaggio sulla barca dei pescatori alla volta di una lingua di sabbia che appare solo con la bassa marea, ci siamo divisi e noi stranieri, i 3 sudafricani enormi ed io, più una coppia di polacchi dissidenti abbiamo preso un’altra barca. Con noi è venuto Amad, detto chocolat, un grande naso schiacciato e una bocca che sorride sempre con due incisivi di meno proprio in mezzo. Lui parla sia inglese che italiano e così ci siamo capiti meglio. A mano a mano che il tempo passava e la barca navigava nell’oceano calmo, noi stranieri, la coppia di polacchi dissidenti e Amad siamo diventati un gruppo, si sono sciolte le durezze, in quel piccolo legno sul mare con una tenda arancione a proteggere dal sole, ognuno ha cominciato a essere stesso. Io ho cominciato a parlare italiano con tutti e a raccontare delle Langhe. Solo gli altri ragazzi al soldo di Amad stavano più in disparte, sapevano che erano lì per servirci, fare il loro lavoro, non dovevano, né potevano allargarsi troppo. E poi non sapevano nemmeno bene l’inglese. Però le loro bocche sorridevano sempre c’era una certa serenità, una fierezza del lavoro. Solo il più bello dei quattro, con una maglietta verde con su scritto “Pay in cash”, un fisico come una statua, i muscoli tesi, i piedi a pianta larga e piatti, aveva negli occhi il disprezzo e io non riuscivo a smettere di guardarlo. Tutt’intorno il paesaggio era bellissimo, mare, magrovie, rocce che diventavano piccole isole. Dopo circa 40 minuti di navigazione siamo arrivati vicino alla lingua di sabbia, un paesaggio lunare che emergeva dal blu del mare, un sogno da cartolina. Con pinne e maschere siamo andati a esplorare i fondali e il silenzio che c’è la sotto e che sempre m’incanta di stupore e commozione. Pesci colorati, grandi, piccoli, solitari, in branco, rocce marine che sembravano coppe scolpite e accoglievano alghe. I pesci con le pinne gialle e le due righe blu sui lati erano molto curiosi del mio smalto rosso delle unghie dei piedi, si avvicinavano quasi senza paura. E poi c’erano ricci giganteschi, i più grandi che abbia mai visto, con aculei lunghi che si spingevano lontano, molto lontano dal corpo rotondo e sembravano grandi soli neri con i lunghi raggi. In quel silenzio blu, con gli occhi nella maschera e la bocca nel boccaglio, ho pensato a Guido e lui sa perché. L’acqua calda, molto calda. Sulla lingua di sabbia, intanto, Amad e gli altri ci hanno preparato la frutta: Ananas, banane piccole e dolcissime, mango, cocco, anguria, un tripudio tropicale di zucchero e dolcezza, un paradiso. Le coppie si sono divise, tutti a scattarsi foto come sirene immerse nell’acqua azzurroverde, io ho tentato un selfie, ma non è venuto un granché. Il brutto di viaggiare da soli è che alla fine non c’è mai nessuno che fa una foto a te. Te ne torni a casa con tanti paesaggi e tu sei sempre fuori, sei quello che racconta. Ma la cosa più surreale di tutti è che all’estremo della terra, la dove sabbia e mare si baciavano, proprio là in fondo, dove oltre, a piedi, non si poteva andare, c’era un mussulmano che pregava inginocchiato, la fronte appoggiata sulla sabbia. Non so come ci sia arrivato, era già lì, e quando ce ne siamo andati lui è restato. Non l’ho neppure fotografato, per rispetto. Risaliti sulla barca siamo approdati su un’altra isola. Io ero già a posto così, sazia con la frutta, a pranzo non mangio mai molto, però qui c’era un banchetto di pesci di quelli che noi in Europa ci sogniamo: polpo, gamberi, aragosta, astice, porzioni enormi, che alla fine mi sentivo una pancia che quasi scoppiava. Tonerò di sicuro ingrassata. Siamo rientrati in albergo che erano oltre le 6, sul pulmino eravamo tutti un po’ stanchi e i polacchi hanno di nuovo preso il sopravvento (io ho imparato che “dobro” vuol dire “super”). Però mi sono accordata per un’altra gita, domani, con i miei tre nuovi amici sudafricani enormi e Amad senza gli incisivi a farci da guida. Partiamo più tardi, a mezzogiorno, e andremo a vedere la piantagione delle spezie e poi il mercato del cibo nella capitale Stone Town. Spero di riuscire a vedere anche la casa di Freddy Mercury, così penserò a Alessandro e anche lui sa perché. E chissà se mai riuscirò a finire tutti i libri che mi sono portata dietro e hanno aumentato il peso della mia valigia.
A marzo del 2019 ho fatto un viaggio a Zanzibar, il primo della mia vita da sola, il primo in una struttura con tutti i conforts. Ero molto stanca sia fisicamente che psicologicamente, mi aspettava un’estate di fuoco, così ho messo a tacere i miei proverbiali sensi di colpa e ho deciso di andarmene a mettere la pancia e la testa al sole. Alla partenza, all’aeroporto di Milano, quando mio cognato e mio figlio mi hanno accompagnato fino a dove chi non deve partire non può spingersi, ho avuto una coda di paura e lo stesso appena arrivata la mattina presto col caldo che già soffocava e dopo una notte insonne in aereo, ma poi, dalla sera del primo giorno, quando ho deciso -scientificamente- di lasciarmi andare, sono stata benissimo, come forse prima non sono mai stata. Ho approfittato fino all’ultimo goccio di vino e di gin toni dell'”all inclusive” che avevo scelto di regalarmi, mi sono riempita gli occhi di blu e di sabbia e di natura, il naso di spezie, il cuore di umanità. Ogni giorno ho scritto su Facebook, una sorta di reportage delle mie esperienze e adesso, che ho finito con le “Fotografie” e che il mio blog languiva, ho deciso di riprenderlo così come l’avevo scritto allora, niente di meno, niente di più. Cominciando dal primo giorno. Eccolo qui: 4 marzo 2019
4 marzo 2019
Qui sotto la grande pagoda del divertimentificio stiamo tutti bene e mangiamo con appetito. Fa ancora caldo, ma tira anche un po’ di vento, c’è molta umidità forse domani pioverà. Ci si attacca al Wi-Fi negli spazi comuni, ne approfittiamo per comunicare con il mondo di fuori, mandare foto, pensieri, risate e paesaggi. Un gatto magro magro miagola e mendica cibo di tavolo in tavolo, una coppia pasteggia sotto lo sguardo della go-pro sapientemente piazzata in un angolo, un’altra non ha più niente da dirsi, guardano il piatto invece di guardarsi negli occhi, non si scambiano nemmeno un sorriso. La polacca dietro di me ha uno spacco profondo e il vestito lungo fino ai piedi che calzano tacchi a spillo beige e suo marito è vestito come chi va a vedere gli yacht in Costa Smeralda. Io bevo vino bianco cattivo, sono forse un po’ brilla -ma è una vacanza perdio!- e mangio dei frutti dolci mai visti che sembrano ricci e nascondo un cuore bianco come una gelatina. Accanto a me due signore tedesche, sposate, la fede che brilla al dito, ma qui sole, a farsi la loro vacanza del riscatto, hanno mangiato come se domani scoppiasse la guerra. In sottofondo suona un sassofono, l’odore dell’oceano indiano è proprio dietro le mie spalle, si sentono voci di animali mai sentiti, mordo una noce di cocco. Domani vado a fare il safari blu che manco ho capito bene cosa sia. Da Zanzibar è tutto
Con “Il grande funerale” è finito quello che io ho sempre chiamato un po’ presuntuosamente: “Il mio libro”. Racconti scritti più o meno due anni fa, sotto la spinta di una necessità inarrestabile ed anche un po’ ingenua, che si proponevano di indagare, senza censure e senza io giudicante, la fotografia dei ricordi attraverso particolari da niente, inezie. L’inizio è una morte sventata che è anche una specie di rinascita (e infatti è l’ultimo che ho scritto in ordine di tempo), la fine è invece rappresentata da morti vere che mi hanno segnata, dodici racconti in tutto, di diversa lunghezza, ma in genere piuttosto brevi, lampi. Ne ho pubblicato uno ogni giovedì, da fine ottobre ad oggi e nel cammino è nata una bella collaborazione con Roberta Toscano, mia amica da tempi immemorabili ed artista che ha dato un’immagine sua alle mie parole. In questi mesi, ogni lunedì io le mandavo un racconto, lei lo leggeva in anteprima (non li ha mai saputi tutti dall’inizio) e poi mi rispondeva inviandomi un po’ di proposte di immagini sue, ognuna con un titolo proprio, ne discutevamo insieme e poi, al giovedì pubblicavo racconto e immagine abbinata.
Tutti racconti sono questi:
Tuffi di superficie
Domenico
La piscina
Hammam
La seduzione
Milano
La borsetta
La felicità
Il cappotto blu elettrico
Mio padre
Le mie morti
Il grande funerale
Sempre in questo cammino, a un certo punto, mi è venuta l’idea di pubblicare anche una poesia la domenica, ne avevo un po’ nel cassetto, scritte sempre nello stesso periodo dei racconti, quando c’erano immagini o pensieri che non riuscivano proprio a svilupparsi di più, che necessitavano della forma breve, di uno spazio di immaginazione libero tra le (poche) parole. Ne sono nati così 9 “Intervalli domenicali” abbinati ad altrettante fotografie di Roberta e a riguardarli adesso, alla distanza, mi sembra che abbiano un senso, che si inseriscano armonicamente nel progetto.
Questo per dire che nella storia del mio recente blog c’è stata una sorta di parabola, insomma, e tutte le parabole hanno un inizio e una fine. Quindi, di fatto, “Tuffidisuperficie”, il mio blog, dovrebbe finire qui. E però credo che lo terrò aperto comunque, sia pur senza più un filo rosso come è stato fino ad ora, senza un’architettura. Uno spazio aperto per scrivere, se mi andrà di farlo. Intanto insieme a Roberta decideremo anche cosa fare di queste nostre concluse fotografie. Voi non lasciatemi.fin
E niente, sono gelosa della tua vita senza di me, dei tuoi pensieri senza di me, del tuo russare senza di me della tua bocca che sfiora il bicchiere.
Sono gelosa della vita tua che c’è stata prima dei ricordi, dei piedi nelle scarpe, delle mani piccole e del cappello che ti ripara la testa. Sono gelosa, e non vorrei.
Oggi è giovedì e io avrei dovuto pubblicare il mio racconto del giovedì, come da programma. Però è anche il 2 di gennaio, l’anno è appena iniziato, il tempo è un po’ sospeso, ho appena visto una nuova casa, e io ho deciso di fare una pausa. Devo pensare.
Tutto ciò che ho messo all’aria -in piazza, direbbe qualcuno- da fine ottobre fino ad ora, risale a un po’ di tempo fa. Uno, due anni, anni faticosi. Racconti che mi hanno scavato dentro in un momento molto difficile, straziante, e che nella mia idea dovevano essere una specie di libro sul filo delle fotografie, immagini a due dimensioni che provavano a farne intravedere una terza, più segreta, solo accennata. Non mi piace spiegare, mi piace far immaginare, intravedere.
Ho ancora due, forse tre racconti da pubblicare, ma sono complicati per me, impegnativi. Così ci devo pensare. Rileggerli e rifletterci. Non riesco adesso come adesso a scrivere qualcosa di nuovo e nemmeno a trovare il coraggio di pubblicare quelli già scritti. Il fatto è che ora sono felice e come diceva mio marito -e io sono d’accordo con lui- non si può scrivere nei momenti di troppa felicità e nemmeno nei momenti di troppo dolore. Il mio scrivere è legato alla solitudine, al tempo fermo. E io invece sono in movimento, un bel movimento.
Let’s read in the next week. Buon anno nuovo a tutti
P.S. eccezionalmente, questa volta, la foto è mia e non di Roberta Toscano
RINASCITE
Bisogna arare bene il campo
rivoltare le zolle
dar aria alla terra,
per sperare in un nuovo raccolto.
Bisogna lasciar spazio a un altro respiro,
metterci dentro ardimento e tenerezza.
E però, quella terra ora stanca
va anche benedetta:
è stata ricca, odorosa, gravida di vita
è stata preziosa.
E se tornerà di nuovo a fiorire,
a primavera,
sarà nella cura,
nella memoria degli sbagli e nella passione del lavoro nuovo.
Ogni giorno.
Ma quella ragazza che cammina veloce avvolta stretta nel suo cappotto blu elettrico di finta pelliccia con un fiore rosso sul bavero, finto pure lui, dove va? Ha una borsa a tracolla nera, la testa bassa a frangere l’ultimo freddo, le mani in tasca e accarezza i muri nel suo andare, come volesse confondersi con la pietra e i mattoni delle case. Però il cappotto è blu elettrico, ha una macchia rossa sul bavero, impossibile pietrificarsi, impossibile essere invisibili. Ha i capelli neri di media lunghezza un po’ mossi, gli occhi non so, li tiene bassi sulla strada, e ha un passo che pende leggermente verso sinistra, come se si muovesse su un equilibrio tutto suo. E’ uno strano misto di sicurezza e paura, di sfrontatezza e timidezza. Per questo mi interessa, per questo la seguo. E lei cammina veloce, sempre rasente i muri, sempre senza guardare nessuno. Deve avere fretta, mi dico, essere in ritardo per un appuntamento importante, quel passo che è quasi una cavalcata non può significare altro, e così anche la poca attenzione al resto del mondo che intanto la sfiora, senza mai afferrarla. Nemmeno un occhio a una vetrina, a un’auto parcheggiata, a un albero che sta cominciando a rifiorire con l’odore che cambia dell’aria. Niente, non guarda niente; lei cammina, una nuvola blu elettrico con una macchia di rosso a tutto indifferente. Mi domando perché non si sia vestita di grigio o di beige o di nero, un colore più neutro, di quelli che aiutano a nascondersi. Tutto il resto in lei, tranne quel cappotto, urlano la voglia di sparire, di non esserci, soltanto di camminare. E allora perché quel blu elettrico che dice forte, invece, “Guardatemi, anche se io non vi guardo, guardatemi, io sono qua”?, perché? Non lo so, mi incuriosisce, non ho altro di urgente da fare, e la seguo, un po’ affannata a star dietro al suo passo cavallino. La strada è brutta, si addentra nelle periferie di palazzi grigi e incolori, solo un bar, ogni tanto, e gli uomini che ci fumano fuori davanti a un bicchiere. E lei cammina, nemmeno un’esitazione, un accenno di rallentamento, sempre a seguire i contorni dei muri, non cerca la scorciatoia, piuttosto il contrario, cerca di aggiungere passi ai passi. Ma allora perché cammina così veloce? Ma allora non ha fretta per davvero? Perché non annusa l’aria in movimento, quel profumo di nuovo e di viole che attraversa il freddo? E poi la luce che è inondata di chiaro. Io sempre dietro, alla giusta distanza, fatico a starle appresso perché gli occhi si perdono di stupore in quella stagione che è a un passo dallo sbocciare anche nelle periferie e il grigio dei muri non riesce fermarla. Ma dove andrà? La città sta finendo, già si intravede la campagna. Ecco, c’è un ultimo palazzo, un ultimo giardino spelacchiato e sporco, una panchina. Frenando bruscamente, senza che niente nel suo passo facesse immaginare una sosta, si ferma con la stessa naturale necessità con la quale fino a un attimo prima camminava, e si siede. Mi fermo precipitosamente anche io, sorpresa da quel cambiamento improvviso, mi trovo persa nel nulla, che fare?, “Adesso mi scopre“, mi dico, mi sento perduta, guardo l’ora, sono quasi le 5, tiro fuori il telefono e fingo di parlarci dentro. Mi giro dall’altra parte verso la città, imbarazzata dalla mancanza di meta, dal mio essere lì, persa dietro a un cappotto blu elettrico e a una vita che mi incuriosiva. Mi avvicino alla pulsantiera del citofono, faccio finta di cercare qualcuno, mi do della stupida, penso di aver buttato il pomeriggio, lei sempre seduta, respira, guarda davanti a sé, si accende una sigaretta e la fuma. Penso di tornare indietro, non trovo il coraggio adesso, dopo tutta quell’intimità dell’inseguimento, di dividere la stessa panchina. Però mi avvicino, cerco nella borsa le mie sigarette e le chiedo di accendere. Mi sorride un po’ timida e anche un po’ spaventata da quell’intrusione che non si aspettava, mi guarda, “Certo“, mi dice. Gli occhi sono azzurri, limpidi, quello di sinistra un po’ più piccolo, mani come zampe di ragno, sottili, frugano nella sua tracolla nera. Non è bella, ma neanche brutta. Avrà 38 anni, è una donna più che una ragazza, un’età strana per una finta pelliccia blu elettrico con una macchia di rosso, un’età strana per un pomeriggio di niente; nessun appuntamento alla fine, se non quello con la panchina e la sua sigaretta ai confini della città. “Grazie“, la mia sigaretta brilla di brace, aspiro, sorrido, torno indietro e la lascio lì.
Imporsi è presunzione, rinunciare è codardia. Ma dove sarà mai la mezza via? Se la passione chiama e l’educazione trattiene... E poi i sogni, le speranze, ma anche le catene. Volere o non volere, questo è il mio problema, se fino all’ultimo respiro oppure a dormire, tanto, tanto, tanto, come un ghiro.
L'imbrunire
Tu lo sai com’è l’imbrunire?
lo sai raccontare?
E’ quando il nero sale da terra, dalla tua piccola umana misura
e gli alberi, i prati, le case si spengono, si fanno scuri contorni.
Ma in alto, nel cielo, brilla una piccola luna e ci sono tutti i toni del blu, del cobalto, dell’azzurro.
Noi lo diciamo indaco, ma è per comodità.
È l’incrocio di nero e di chiaro, di sole morente e di luna nascente.
Sono strisce di viola, di rosso, di giallo, di blu, di nero,
ne nasce un colore perfetto,
senza nome.
E’ il colore misterioso che dura pochi minuti bellissimo e fragile
Non è per tutti: è il colore di occhi che sanno guardare.
Per quanto lo fissi, ti sfugge.
È inafferrabile, liquido, scompare d’un tratto, mangiato dal buio.
Così mi sento io, in questa età di mezzo.
Ehi, tu lo sai com’è quando si vuole e non si vuole? quando vorresti rumore e silenzio quando vuoi dormire, non muoverti, star fermo, ma anche camminare fino a sciogliere gambe e testa e polmoni quando vuoi stare con e stare solo lavarti e sprofondare nella puzza bere vino fino a perder la conoscenza oppure scegliere un frullato detox parlare, rovesciare fuori i pensieri e il groviglio di problemi e insieme stare zitto E pensi: dai, forza, chiamo qualcuno, mi faccio bello e via, esco, fuori, ma sai che non puoi farcela. E poi vuoi morire e mordere la vita.
Gli uccellini cantano alla tua finestra, a tutto indifferenti se non alla bellezza del canto, le stelle ruotano per sempre, nel nero del cielo nero e manco sanno
La vita sirena Passeranno i secondi passeranno i minuti passeranno le ore poi i giorni, i mesi, gli anni.
Passerà, certo passerà. Si zittisce il rumore dei ricordi, tutto si deposita, pesante. Coltri su coltri. Ogni volta di più. E tu, come sordo, consumato.
Ci si rialza, certo, perché così è scritto, perché la vita sirena ti chiama e tu non puoi non rispondere, ma la fatica aumenta e aumenta la stanchezza e il disamore, la fiammella sempre più fioca. E ti sorprendi vecchio, dentro e fuori.
lingue di terra lingue di gatto lingue biforcute lingue di serpente sono tante le lingue del mondo, ma la lingua più bella è quella che ti si ficca in bocca, che ti avvolge in un bacio. di saliva e piacere. di microbi e briciole.
Ci compriamo due paia di pinne e andiamo a nuotare? E poi una maschera, un boccaglio, nient’altro; e insieme andiamo a esplorare il silenzio del mare la mano nella mano e gli occhi nel blu. Ecco i pesci, piccoli, in branco, ma anche soli, colorati e pensosi le alghe che ondeggiano, praterie verdi e anche nere, aggrappate alla sabbia e alle rocce e, guarda, guarda, guarda! c’è pure una stella marina, rosseggia sul fondo, muovendo le punte e non ha nessuna paura.
Penso più o meno ogni giorno, e per diverse ore al giorno, al fatto che devo e voglio scrivere, che mi manca la fluidità delle parole sul foglio bianco, che mi manca il parlare di me. Eppure è difficile. Soprattutto perdo tempo e mi infilo in mille lavori per poi dire che “di scrivere non ho tempo”. Dal pensiero all’azione, quella di sedersi al computer, aprire un file di word e digitare sui tasti, c’è di mezzo un oceano profondissimo, abissale. Un oceano fatto di dubbi, di mancanza di allenamento -ché scrivere, non sembra, ma è anche questione di abitudine, di esercizio- e pure di mancanza di umiltà. Non so se è chiaro: in realtà è una presunzione mascherata da umiltà. Un mio problema, infatti, il più grande, è la paura di non essere alla mia altezza, alla mia altezza di persona e soprattutto di lettrice, di non riuscire a scrivere come vorrei. Uno scrittore vero dovrebbe accettare, credo, di scrivere, certe volte, pagine brutte o comunque non proprio perfette, definitive, pagine da cancellare poi, in un secondo momento, o per lo meno da rivedere. Beppe Fenoglio, uno dei miei preferiti, diceva, ad esempio: “La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti” e Stephen King scriveva 6 pagine al giorno, dal lunedì al venerdì, qualunque cosa succedesse, foss’anche un terremoto . Io non ci riesco. Non sono di quella pasta. Quando scrivo è come sotto dettatura di pensieri a lungo rimacinati in testa e la frase deve uscire come la voglio io, subito. Penso che ora sia chiaro cosa intendevo dicendo “una presunzione mascherata da umiltà”.
In ogni caso ciò a cui sto pensando è la vecchiaia. Vorrei scrivere, ora che sono nell’età di mezzo, di vecchiaia, di come ci si sente quando la meta -che poi è la morte- è vicina che quasi la puoi toccare. Vorrei raccontare il disfacimento del corpo, i ricordi, i rimpianti e anche la paura rassegnata, ma pure rabbiosa, di essere in fine vitae.
Ho in mente una madre 90 anni, Maria, che continua a litigare con una figlia ultracinquantenne, e un uomo sull’ottantina, Aldo, vedovo da una decina d’anni, afflitto da una strana patologia che lo fa vivere “a schiena in giù”, piegato su uno di quei carrelli deambulatori che gli fa vedere -e capire- le persone soltanto a partire dalle loro scarpe, dal modo di camminare. Ho in mente due storie separate, ma idealmente intrecciate.
Ho abbozzato entrambe le storie, le ho abbozzate come voci parlanti in prima persona, ma non riesco ad andare avanti. Riposano tra i miei file da mesi e mesi. Ogni tanto, con timore, le rileggo. Mi dico che non sono così male, mi riprende una timida voglia di continuare, dura un paio di giorni, e poi smetto.
Forse un buon esercizio, potrebbe essere quello di ricominciare a soffiare un po’ di vita in questo blog. Ci penserò.