La quinta fase incoronata

Qualche tempo fa avevo scritto delle mie “quattro fasi incoronate”, ma son stata precipitosa perché da qualche giorno è arrivata la quinta che davvero non immaginavo potesse esistere e che forse è la più pericolosa. La quinta fase incoronata è quella dello star bene in casa, dell’aver trovato un equilibrio nello squilibrio di questo tempo sospeso, dell’aver costruito, quasi senza rendermene conto, una specie di cuccia-corazza confortevole fatta di piccole abitudini che sarebbero stati lussi ridondanti nella vita di prima. Una specie di bolla di presente assoluto, stretta insieme a mio figlio e alle sue lezioni online, una bolla nella quale i ritmi del mangiare son diventati il metronomo della giornata e poi la ginnastica online, io che di andare in palestra non ho mai trovato il tempo, l’osservazione del fiume e degli animali, l’emozione della nascita di nuove paperelle, il sole sul balconcino, le poche telefonate di lavoro, e anche quelle agli amici ridotte al minimo, non per mancanza d’amore, ma di parole, parole che si seccano senza gli occhi e gli abbracci, e poi, poi…., le email che non sono più il fiume carsico che mi attraversa.

Ci ho pensato. Questo mio ben-essere artefatto probabilmente è codardia. Ma il fatto è che man mano che ci avviciniamo alla fase 2 son spaventata e ho paura di quello che ci aspetta. A differenza di molti non credo che saremo migliori, mi son fatta l’idea che dopo sarà piuttosto una specie di giungla, tutti contro tutti, arrabbiati di sgomento, ansia, problemi. Ho paura delle strade di nuovo piene e di donne e uomini in mascherina che misureranno a braccia le distanze. Ho paura delle macchine che di nuovo riempiranno le città, dei clacson che torneranno a suonare impazziti negli ingorghi. Ho paura del lavoro che mancherà e che ci dividerà in due squadre, quelli che ce l’hanno e quelli che ancora non l’avranno recuperato, l’un contro l’altro armati. Ho paura delle nuove regole alle quali non so se mi abituerò ma ho paura anche dell’abitudine che invece potrà crearsi, insinuandosi silenziosa. Ho paura della mascherina che diventa accessorio imprescindibile. Ho paura delle code ai negozi che saranno lunghe come serpenti al veleno. Ho paura dell’App che ci fa la radiografia e che io non vorrò scaricare. Ho paura della paura, di quel guardarci l’un l’altro con sospetto, possibili untori del vicino, possibili ladri di lavoro.

Sono stata fortunata: non mi sono ammalata io e nemmeno nessuno della mia famiglia. Del virus ho vissuto le costrizioni di massa, i cascami sociali, non il cuore. Le ambulanze son state per me sempre un suono lontano che attraversava le finestre e i malati li ho visti solo alla tv. Se avessi vissuto da vicino la malattia fisica probabilmente le mie parole sarebbero diverse, me ne rendo conto. Eppure il virus ha cambiato me e anche gli altri, ha scosso stratificazioni di DNA di vita, le ha sparpagliate, disordinate. Ha ammalato non la il corpo, ma il pensiero. Rimetterle insieme, quelle stratificazioni, trovare un altro equilibrio un altro ordine, non sarà semplice. Per questo ho paura, perché l’orizzonte è fitto di nebbia spessa. E io mi sento cieca, senza neppure l’ambizione di essere Tiresia.

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Pubblicato da paola

mi chiamo paola, sono di mezza età, ho un figlio di 14 anni, mio marito non c'è più. Mi piace scrivere, ma è sempre stata una cosa per me, un po' segreta; mi sono da poco trasferita a Torino, ho cambiato città e vita e così ho anche deciso di provare ad essere quello che sono. Scrivo spesso in prima persona perché non sono (ancora) capace di fare altrimenti, ma non tutto è stato vissuto da me così come è stato scritto. Dentro non ci sono solo io, ma la vita e le persone che ho attraversato. Ci sono i miei pensieri.

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