le quattro fasi incoronate

Non so se sapete quando vi ribolle tutto dentro per la voglia, l’urgenza di scrivere, ma i pensieri sono confusi, appannati e allora vi tenete lontani dalla scrivania con le scuse più assurde, cambiare la lettiera del gatto, spolverare, proprio ora, quel tavolino, prendere ancora un caffè, rispondere a quella mail lasciata indietro e cose così. Stamattina per me è andata in questo modo e anche adesso che pigio le dita sui tasti del computer e scrivo, non so ancora bene dove queste parole, nero su bianco, mi porteranno.

Il fatto è che credo di essere entrata, dall’27/28 febbraio in qua, nella mia quarta fase, quella più difficile. 

Prima, prima è arrivata la rabbia. Quando solo teatri e cinema sono stati chiusi, vedere tutti i miei appuntamenti annullati, quelli per i quali avevo lavorato da mesi, intanto che ristoranti e negozi restavano aperti e tutto sembrava continuare come prima, mi faceva arrabbiare e basta.

Poi, quando dall’11 marzo, c’è stata la serrata generale e le città italiane sono diventate deserti silenziosi, è arrivata una specie di strana euforia, le pareti della casa come unico confine di libertà, il tempo srotolato infinito davanti, come se partecipassi a un grande gioco con regole precise. Maledicevo di non poter uscire, muovermi, certo, ma ho cucinato piatti complicati, bevuto fiumi di vino, ascoltato musica ad altissimo volume, ballato nel salotto, videochiamato, videoconferenzato, fatto battute a voce e per scritto e altre cose così. 

Dopo più o meno una settimana di questa girandola esagerata è arrivata invece una amara, consapevole malinconia. E’ stato quando ho capito fino in fondo cosa stava succedendo fuori, ho visto gli intubati, i letti di terapia intensiva improvvisati nei corridoi, i morti soli e i sopravvissuti pure, l’impossibilità del lutto, le bare portate via dai camion militari. Questa è stata la fase che mi ha portato a fare gli elenchi delle cose da non dimenticare di questo tempo strano e sospeso, delle cose buone da tenere, l’aria pulita, la scoperta dell’importanza della vicinanza, della carne vicina alla carne, ma anche della fragilità, la necessità di rallentare e cose così. Insomma c’era ancora un movimento, sotterraneo, ma c’era. 

Però, a un certo punto, ho iniziato a pensare più seriamente al dopo ed è qui che arrivata la quarta fase: la paura. La paura del disastro economico che verrà, certo, del mio lavoro che chissà come finirà, viste le altre emergenze più impellenti, del futuro di mio figlio che non riesco neanche più a immaginare. Ma insieme a queste, più insidiosa di tutte, la paura mia, solo mia, di non essere più capace ad uscire dal guscio, dopo, di ritrovarmi con muscoli e energie atrofizzate, il cuore infeltrito, la paura di non saper più rinunciare a questo niente che si è impossessato dei miei giorni, come chi è stato troppo al buio e poi non sopporta la luce, come gli ebrei sopravvissuti ad Aushwitz e uccisi dall’indigestione del cibo della liberazione.

Come nel mondo sembra non esistere più nient’altro che il corona virus, sparite le altre malattie, sfumati tutti gli altri problemi della vita, le altre urgenze che prima sembravano improcrastinabili, pff, via, così dentro di me non c’è più nient’altro che questo immobile, silenzioso presente di niente, questa sensazione di inutilità. Questa è la fase immobile, piatta. Paolo, che ha vissuto con noi fino a domenica in quarantena, se ne è andato, biglietto di sola andata verso casa sua, in un altro comune, ché il ritorno chissà quando lo si potrà riprogrammare, ha preferito così, e adesso lui sta solo là e noi stiamo soli qua. Io, da parte mia, non ho neanche più tutta questa voglia di uscire, forse non mi manca nessuno, telefono pochissimo, lavoro niente, leggo poco, le parole scritte mi escono a fatica, cucinare è una fastidiosa incombenza, se non ci fosse mio figlio rinuncerei pure a quella. Guardo come se fosse un film muto l’attività degli altri sui social che studiano e fanno ginnastica e telelavorano e raccolgono donazioni e continuano a cantare. Ieri ho registrato un piccolo video di lettura per il Centro Beppe Fenoglio ed è stata una fatica indicibile.  Penso con nostalgia a come sarebbe se ci fosse qui mio marito, che tra pochi giorni sono 4 anni che non c’è più, sarebbe certamente meglio, alterneremmo silenzi a lunghe chiacchierate, forse insieme riusciremmo a progettare un dopo. Mi sento sola. Lo dico, anche se sembra brutto, mio figlio non mi basta. Però so anche che non c’è persona che potrebbe smussare questa solitudine perché è qualcosa di esistenziale, un mare increspato sopra una palla di fuoco. 

E poi mi è venuta una contrattura al collo, molto dolorosa, non riesco più a girare la testa a sinistra e i muscoli della spalla, non so come si chiamano, sono duri come ferro e sofferenti. Ci vorrebbe un osteopata, ma non si può.

Ieri ho letto un lungo articolo su Repubblica di Alessandro Baricco sulla necessità dell’audacia, sul dovere dell’audacia da parte degli intellettuali. E’ un bell’articolo, Baricco è un maestro della scrittura, e tuttavia, anche se mi ha messo un po’ all’angolo, ci ho sentito dentro dei buchi di senso, come se tutto questo “pensare positivo” o anche solo tutto questo pensare non tenesse conto sufficientemente dell’insidia del niente. L’ho sentito vero solo là dove ha scritto: “Io in questo periodo non sono particolarmente in forma, ma niente mi impedirà di scrivere alcune cose che so. E’ il mio mestiere”. Anche io non sono particolarmente in forma, e in aggiunta non so quasi più niente.

Pubblicato da paola

mi chiamo paola, sono di mezza età, ho un figlio di 14 anni, mio marito non c'è più. Mi piace scrivere, ma è sempre stata una cosa per me, un po' segreta; mi sono da poco trasferita a Torino, ho cambiato città e vita e così ho anche deciso di provare ad essere quello che sono. Scrivo spesso in prima persona perché non sono (ancora) capace di fare altrimenti, ma non tutto è stato vissuto da me così come è stato scritto. Dentro non ci sono solo io, ma la vita e le persone che ho attraversato. Ci sono i miei pensieri.

2 pensieri riguardo “le quattro fasi incoronate

  1. Si vive giorno per giorno, dando il meglio di noi.
    Smesso di guardare telegiornali o altro.
    Io sono uno di quelli che ha deciso di continuare a lavorare e dare l’esempio, altro non posso fare, oltre che cercare di donare un sorriso.
    Secondo me dopo questo disastro nascerà un mondo migliore.
    Un saluto

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