Giornate incoronate

Le cose sono cambiate in un attimo. Fino a ieri la mia preoccupazione principale per l’emergenza corona virus era il lavoro, gli appuntamenti saltati uno via l’altro a seguito delle varie disposizioni governative e regionali. Mi chiedevo perché cinema e teatri chiusi e ristoranti e supermercati no, discettavo su quanto poco fosse tenuta in conto la cultura in questo paese, e poi guardavo con un certo stupore l’affannarsi delle persone, le mascherine che si affacciavano nelle passeggiate al parco, le piazze vuote di venerdì sera, i programmi televisivi solo e soltanto incentrati sul “problema”, la “zona rossa”, le disposizioni, i collegamenti via skype con le persone confinate in casa. Citavo “Cecità” e “La strada” e mi lamentavo per la scuola chiusa, mio figlio sempre a casa, il problema di mettere insieme la sua fame agli orari comandati e i miei impegni di lavoro.

Poi è successo che una persona con la quale sono stata in contatto 4 giorni fa è risultata positiva al test del corona virus e lo ha annunciato pubblicamente domenica mattina. Un minuto dopo già ricevevo messaggi e whatsapp da persone che sapevano del mio incontro con lui e mi invitavano caldamente a contattare i servizi sanitari locali e a fare la procedura del tampone. E poi aggiungevano, come distrattamente: “ma noi ci siamo visti prima o dopo del tuo incontro con lui?”. Noi, a casa, ci stavamo preparando per andare al Gran Balon, domenica era la seconda del mese, c’era il sole e ci piaceva l’idea di un giro nel gran mercato delle cose vecchie e dei colori, magari mangiar fuori, tra un banco di vecchi vinili e uno di giubbotti di seconda mano, far girare un po’ l’economia, come si dice in questi tempi magri, e invece ci siamo barricati in casa, abbiamo acceso la TV e cominciato a telefonare ai numeri verdi che però erano sempre occupati. Per Nicola, da subito, è sembrato una specie di grande gioco, gli è presa un’eccitazione esagerata per l’idea di essere confinati in casa. Io e Paolo ci siamo detti: “Ma da bere ne abbiamo?” e anche noi all’inizio ci scherzavamo su. Fuori la giornata splendeva alla finestra. Poi, a mano a mano, ho iniziato a pensare alle persone che avevo incontrato da giovedì mattina in poi: erano tante. Tra di loro c’era soprattutto mia madre di 88 anni e tutti ripetono che sono gli anziani quelli più esposti e fragili di fronte al virus. Mia madre l’ho vista, sono stata a casa sua, dopo il fatidico incontro, l’ho baciata e abbracciata prima di tornare a Torino, ché dovevamo prendere i libri di Nicola visto che la scuola apriva eccezionalmente per un’ora soltanto e solo quel giorno. Così la chiamo e con tutta l’attenzione del caso le spiego l’accaduto, le dico di restare in casa, che io sto benissimo, ma per precauzione è meglio così e di chiamarmi se solo sente qualche affanno o un colpo di tosse, qualche linea di febbre. Da subito non penso a me, che posso ammalarmi, ma penso al mio nuovo ruolo di untore. Non credo sia per generosità, ma per realismo. L’idea di essere forse portatrice, sia pur inconsapevole, del male mi disturba, mi inquieta. Mi interrogo sul male inconsapevole. Al lavoro saltato adesso non penso più, ma per la prima volta, da quando tutta questa storia è cominciata, mi accorgo sulla pelle di quanto sia facile il contagio del quale parlano da giorni, di quanto sia domestico, facile, persino innocente. Intanto ci prepariamo pranzo: spaghetti aglio e tanto peperoncino, un antibiotico naturale, ci diciamo. Il telefono sempre acceso per prendere la linea col servizio sanitario, ma niente da fare, sempre occupato. Continuano ad arrivarmi messaggi, ridiamo ancora, ma un po’ meno di prima. Annullo gli appuntamenti della settimana, spiegandone, pesando con cura le parole, il motivo. Continuo a fare l’elenco delle persone con le quali sono entrata in contatto, se ne affacciano sempre di nuove, persino il fattorino che venerdì mi ha consegnato la nuova lavatrice. Penso che prima di avvertirle voglio parlare col servizio sanitario, prima o poi riuscirò a prendere la linea. Mi lavo le mani, le striglio con l’amuchina e costringo anche Nicola e Paolo a farlo. Dopo pranzo cado in un sonno profondo e senza sogni. Mi sveglio che la giornata è già quasi alla fine, il cielo si è imbrunito, poche macchine passano sotto le mie finestre. Sto bene, nessuno dei sintomi descritti, solo questa grande inspiegabile stanchezza che leggo come la reazione fisica, quasi naturale, a questa paura che ho dentro, ma mai nominata. E’ solo un’influenza, me lo dico e lo penso davvero, ma è il ruolo di portatrice sana del male, sia pur solo ipotetica, che mi sconvolge dentro. La voce nel frattempo si è ingigantita, mi telefona mio fratello: “Ma è vero che hai passato tutta la giornata con lui?”, “Ma che dici?, al massimo venti minuti, eravamo in un bar, c’era anche altra gente”, mia mamma, nonostante tutta la mia cautela, è sempre portata a romanzare, a esagerare, a mettere nelle cose un po’ di tragedia. Ci convivo da sempre, il corona virus non fa eccezione. Per passare il tempo giochiamo a carte e intanto metto sul fuoco una minestra di zucca, altra vitamina C, importante. La casa sembra piccola, la sera scende, noi non siamo usciti neanche un minuto. Mangiamo cena e insieme alla minestra e al formaggio se ne va una bottiglia di Lambrusco che mette allegria. Dopo cena, finalmente riesco a prendere la linea della guardia medica, la mia telefonata è la dodicesima della fila, aspetto, con la musichetta e la voce registrata che ripete sempre le stesse cose. Intanto mettiamo su un film, ma lo guardiamo distrattamente, un orecchio sempre teso al telefono, per capire se ci avviciniamo al nostro turno. Verso le 22 circa siamo secondi. Per l’agitazione prendo il telefono in mano male e per sbaglio riattacco. Cazzo. Richiamo, ricomincia la coda, ora siamo quattordicesimi. Verso le 23.30 finalmente parlo con una donna gentile, mi scuso per l’ora, “non si preoccupi”, mi risponde, di questi tempi bui siamo tutti più gentili, me n’ero già accorta. Le spiego l’accaduto, lei capisce che sono preparata, so cosa devo fare, che non sono allarmista, si segna i miei dati e quelli di chi è vicino a me, finiamo in un faldone del 118, tra i casi da tenere sotto controllo, mi spiega che da domani mi chiameranno ogni tanto per sapere come va, mi dice di non avere altri contatti per precauzione per 14 giorni, ma questo l’avevo già messo in conto. Finita la telefonata chiamo gli amici più stretti con i quali sono stata più a lungo da venerdì in poi, “chiedo scusa a tutti”, ognuno di loro pensa a chi ha incontrato a loro volta, ognuno di loro ha una mamma o un papà anziani da proteggere. A tutti dico che io son convinta di non aver preso niente, che dentro di me ne sono proprio sicura, ma che è anche, ovviamente, una sensazione mia, niente di scientifico e il tampone non lo fanno a chi è asintomatico come me, e che in via cautelativa conviene comunque prendere delle precauzioni, senza però farsi prendere dal panico. Poi mi richiama per altre due volte la signorina gentile della guardia medica, mi spiega che devo fare anche un’altra procedura, telefonare al 112 e chiedere di essere messa in contatto col medico del 118 che sta chiuso “come in un acquario”, dice proprio così e io me lo immagino, sideralmente isolato sotto un tendone trasparente, attaccato alla cornetta, e ha preso in carico il mio caso. Mi spiega, e si scusa per la confusione, che la procedura non è ancora chiara fino in fondo, che ci sono tante persone che lavorano, che c’è non poca agitazione. La ringrazio, mi riattacco al telefono, faccio anche questa trafila, sono stanca, Nicola dorme già.

Oggi è il secondo giorno da quando ho saputo. Continuo ad essere più stanca del normale, ma niente sintomi, probabilmente è semplicemente la noia, la giornata passa lenta e al tempo stesso velocissima, adesso sono quasi le 18 e non ho fatto niente per davvero. Non sono di quelle che approfitta delle parantesi dal lavoro per fare ordine in casa, risolvere quel problema che non c’è mai stato tempo di affrontare, pulire a fondo i pensili della cucina e il forno. Il tempo vuoto, libero, aperto mi schiaccia, funziono meglio in emergenza, quando non si sa cosa far prima. Ho letto un po’, guardato un documentario su Samatha Cristoforetti che doveva venire alla Fondazione e invece l’appuntamento è saltato sempre per via del corona virus, che donna meravigliosa è lei, atterrata dopo oltre 190 giorni nello spazio e sempre il sorriso sotto gli occhi stanchi, provati, le gambe che non la reggevano. Guardo alla finestra l’ultimo sole che si butta dietro alla collina, i suoi riflessi sull’acqua metallica, fumo, ho scritto queste parole. Tra poco esco a far due passi stando lontana da tutti, giuro, giusto per respirare un po’. Domani, giuro di nuovo, mi do una mossa. I miei 14 giorni scadranno giovedì 19 marzo.

Pubblicato da paola

mi chiamo paola, sono di mezza età, ho un figlio di 14 anni, mio marito non c'è più. Mi piace scrivere, ma è sempre stata una cosa per me, un po' segreta; mi sono da poco trasferita a Torino, ho cambiato città e vita e così ho anche deciso di provare ad essere quello che sono. Scrivo spesso in prima persona perché non sono (ancora) capace di fare altrimenti, ma non tutto è stato vissuto da me così come è stato scritto. Dentro non ci sono solo io, ma la vita e le persone che ho attraversato. Ci sono i miei pensieri.

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