Il mio compleanno con Olive

Oggi è il giorno del mio compleanno, 6 aprile 2020, 29esimo giorno chiusa in casa.

Ho buttato la spazzatura, comprato le sigarette, ordinato una torta chantilly e frutti di bosco online –“Vuole scriverci qualcosa sopra?”, mi ha chiesto il pasticcere. “Sì, grazie, ci scriva: Auguri vecchia mia!”-, ho festeggiato con mio figlio che questa mattina mi ha svegliato con la chitarra e un happy birthday e mi ha portato la colazione a letto. Grazie a dio che lui c’è. E poi ho risposto a milioni di messaggi, arrivati con tutti i mezzi tecnologici, e a tante telefonate. Moltissimi si sono ricordati di me, altri, com’è normale, se ne sono dimenticati. Non per ultimo ho voluto pensare che “La Repubblica” mi abbia intenzionalmente dedicato la sua prima pagina, titolando “La prima cosa bella”, deliri da isolamento. 

Insomma, è stata una giornata diversa. E al mio balcone ha brillato il sole sul silenzio della città. Avevo in programma una call collettiva di lavoro, ma ho chiesto gentilmente di rimandarla a domani e mi hanno accontentata. Anche se sono giorni sospesi che non so bene neanche come fanno ad arrivare alla fine, mi son voluta prendere il lusso -che non succedeva da tempo immemorabile- di non far proprio nulla il giorno del mio compleanno, se non quello che mi andava nel momento preciso in cui mi andava. Mangiare due grissini fuori pasto, prendere il sole sul balcone, guardare un po’ di TV pop, rispondere ai messaggi di auguri, leggere. Ed è proprio di lettura che voglio parlare perché è stata la cosa più importante di questo mio compleanno strano, al tempo del covid19. 

Oggi ho finito di leggere “Olive, ancora Lei” della mia amata Elisabeth Strout. L’ho finito da pochi minuti e sono ancora sotto l’incanto, con quella sensazione di palloncino sospeso nello stomaco che è il segnale della mia sindrome di Stendhal da lettura, quasi un’interruzione di respiro e una vertigine di stupore.

Devo dire la verità, quando l’ho iniziato, più o meno una settimana fa, ero molto delusa e infatti la lettura, nonostante il molto tempo libero, procedeva a rilento e me la sono anche presa più volte con Elisabeth perché avevo l’impressione che si fosse cristallizzata su uno stile, che prima era intimamente vero e perfetto, ed ora invece si era fatto birignao, senza necessità. Non so se mi sono spiegata, ma a molti scrittori felici capita che col tempo la loro bella scrittura non sia più alimentata dalla vita e si trasformi in esercizio di stile. A questo mi sembrava essere arrivata la mia Elisabeth, e ne ero molto addolorata, come se facesse un torto proprio a me. Perché lei, che fotografa con le parole la vita della provincia americana, è la scrittrice che io vorrei essere se fossi una scrittrice, è la scrittrice che più parla al mio intimo, è la scrittrice che non spiega, ma semplicemente mostra e tu senti tutto il mistero, di tutte le vite, anche quelle più apparentemente insignificanti, è la scrittrice che freme di umanità. E invece, da Cindy che ha il cancro in poi, c’è stato una specie di colpo d’ala, tutto si è aggiustato e io sono riuscita di nuovo a camminare al fianco di Olive e del suo mondo.

E’ un romanzo di racconti, così com’è stata la prima “Olive Kitteridge” (pubblicato in Italia da Fazi), ognuno in sé finito, ma collegati l’uno all’altro dal filo rosso di questa vecchia professoressa di matematica, grande e grossa, che sa essere al tempo stesso burbera ed empatica e che ti accompagna nel Maine. Seguendola vedi i colori delle stagioni, tutte le sfumature del giallo e dell’arancione d’autunno, e l’increspatura delle onde, e la neve che scende d’inverno, soprattutto finisci col conoscere e entrare in intima connessione con la variegata, vecchia, umanità che in quei paesi della provincia americana vive. All’inizio del libro Olive ha qualcosa in più di 70 anni, riesce ad innamorarsi di nuovo, a risposarsi, alla fine di anni ne ha 86, sta in una casa di riposo, dopo aver avuto un infarto e seppellito due mariti, ha problemi di incontinenza, batte le dita su di una vecchia macchina da scrivere per non lasciar andare i ricordi, capisce per la prima volta, con un certo stupore, che a breve la morte prenderà anche lei. “Non ho la minima idea di chi sono stata. Dico sul serio, non ci capisco niente”, scrive alla fine, un attimo prima di prendere il bastone e alzarsi per andare a cena, nel refettorio comune, insieme alla sua nuova amica Isabelle. Isabelle non è un personaggio a caso, è la protagonista di un altro romanzo della Strouth che ho amato molto, “Amy e Isabelle”, e altri ne troveremo di personaggi dei libri passati in questi racconti, quasi che Elisabeth abbia voluto fare un “bestiario” della sua letteratura: ci sono i fratelli Burgess, ad esempio, e Jim, che era il rampante di successo, avvocato, sposato a una moglie ricca, lo ritroviamo mezzo imbambolato dagli psicofarmaci; e poi c’è una poeta laureata, Alice, che a me però ha tanto ricordato Lucy Barton.

Ancora una volta ritroviamo, tra un racconto e l’altro, il dolore che prende tutti -persino quelli che girano su macchine sulle quali ci sono appiccicati adesivi che inneggiano a Trump (che orrore!) come l’infermiera Betty- ed è un dolore silenzioso, quotidiano, senza strepiti, senza melodrammi. E’ un dolore che scorre via come acqua sul vetro insieme alla vita di tutti i giorni e destinato ad essere dimenticato in fretta dalla Storia che si legge sui libri. Quella della Strout, mi verrebbe da dire, è la letteratura della fatica che prende tutti, ma anche delle piccole bellezze che sono ugualmente di tutti. Ancora una volta mi viene da usare il termine “fotografie” per parlare della sua scrittura, perché è dallo sguardo attento, senza giudizio, posato sui dettagli -un kleenex, un paio di pantaloni neri, una giacca in tweed, un barattolo di vetro usato come bicchiere, una sedia a dondolo strappata, una rosa rampicante- che si intuisce il mistero che c’è sotto e che è il mistero che ci prende tutti, colti e analfabeti, ricchi o poveri, giovani e vecchi, perché è il mistero della vita.

Un bellissimo compleanno. E non è neppure ancora finito.

Pubblicato da paola

mi chiamo paola, sono di mezza età, ho un figlio di 14 anni, mio marito non c'è più. Mi piace scrivere, ma è sempre stata una cosa per me, un po' segreta; mi sono da poco trasferita a Torino, ho cambiato città e vita e così ho anche deciso di provare ad essere quello che sono. Scrivo spesso in prima persona perché non sono (ancora) capace di fare altrimenti, ma non tutto è stato vissuto da me così come è stato scritto. Dentro non ci sono solo io, ma la vita e le persone che ho attraversato. Ci sono i miei pensieri.

2 pensieri riguardo “Il mio compleanno con Olive

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