tuffidisuperficie

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Le fotografie sono piatte, hanno due dimensioni, sono ferme, cristallizzano un momento di vita. Però le fotografie, quando le guardi con occhi che sanno guardare, ti travolgono di ricordi oppure di immagini altre e allora acquistano profondità e movimento, persino un odore, raccontano una storia che stravolge la linea ordinata del tempo e danno voce al non detto. La superficie piana ondeggia, si increspa e tu afferri un solo piccolo particolare da niente, un cappotto di tweed, uno sguardo, un aeroplano e ti tuffi dentro, come un palombaro.  

  • Intervallo domenicale n. 9

    19 gennaio 2020 by

    TEMPOPerdere tempopassare il tempogodere il tempovivere il tempomuoversi a tempo.Il tempo va,inesorabilmente, direzione unica;nessun ripensamentonelle mani e nella testa.Solo la scelta della misura,dell’andamento.

  • Le mie morti

    16 gennaio 2020 by

    La morte l’ho conosciuta la prima volta con mia nonna, ma non ho provato dolore. Mia nonna era sempre stata per me solo una vecchia con i capelli grigi e unti raccolti dietro la nuca, seduta al tavolo di formica della cucina la domenica pomeriggio. Niente di più. Però sono stata assente da scuola il… Leggi altro

  • Mio padre

    9 gennaio 2020 by

    Mio padre ha fatto la guerra, è stato capo partigiano, un eroe del quale si parla ancora. Era un uomo di silenzi e un uomo molto bello. Quando parlava aveva un’ironia sottile che veniva fuori inconsapevole, a singhiozzo, non l’ha mai usata per crearsi un personaggio, era naturale. Metteva una canottiera bianca sotto la camicia… Leggi altro

  • Excusatio non petita (ma necessaria)

    2 gennaio 2020 by

    Oggi è giovedì e io avrei dovuto pubblicare il mio racconto del giovedì, come da programma. Però è anche il 2 di gennaio, l’anno è appena iniziato, il tempo è un po’ sospeso, ho appena visto una nuova casa, e io ho deciso di fare una pausa. Devo pensare. Tutto ciò che ho messo all’aria… Leggi altro

  • Intervallo domenicale n. 7

    29 dicembre 2019 by

    RINASCITE   Bisogna arare bene il campo rivoltare le zolle dar aria alla terra,  per sperare in un nuovo raccolto. Bisogna lasciar spazio a un altro respiro, metterci dentro ardimento e tenerezza.   E però, quella terra ora stanca  va anche benedetta: è stata ricca, odorosa, gravida di vita è stata preziosa. E se tornerà… Leggi altro

  • Il cappotto blu elettrico

    26 dicembre 2019 by

    IL CAPPOTTO BLU ELETTRICO Ma quella ragazza che cammina veloce avvolta stretta nel suo cappotto blu elettrico di finta pelliccia con un fiore rosso sul bavero, finto pure lui, dove va? Ha una borsa a tracolla nera, la testa bassa a frangere l’ultimo freddo, le mani in tasca e accarezza i muri nel suo andare,… Leggi altro

  • Intervallo domenicale n. 6

    22 dicembre 2019 by

    Volere o non volere Imporsi è presunzione,rinunciare è codardia.Ma dove sarà mai la mezza via?Se la passione chiamae l’educazione trattiene…E poi i sogni, le speranze, ma anche le catene.Volere o non volere,questo è il mio problema,se fino all’ultimo respirooppure a dormire, tanto, tanto, tanto,come un ghiro.

  • La felicità

    19 dicembre 2019 by

    E’ rara la felicità. La mia ha un giorno preciso. C’era una terra rossa, una strada pietrosa che sembrava sulla luna e che pareva non finire mai, tra rocce e sabbia. Intorno solo cielo blu a perdifiato, nemmeno una nuvola, vento e sole e qualche cespuglio di quelli che non chiedono acqua. E poi grilli… Leggi altro

  • Intervallo domenicale n. 5

    15 dicembre 2019 by

    L’imbrunire Tu lo sai com’è l’imbrunire? lo sai raccontare? E’ quando il nero sale da terra, dalla tua piccola umana misura  e gli alberi, i prati, le case si spengono, si fanno scuri contorni. Ma in alto, nel cielo, brilla una piccola luna e ci sono tutti i toni del blu, del cobalto, dell’azzurro. Noi… Leggi altro

  • La borsetta

    12 dicembre 2019 by

    Una piccola borsetta di pelle color cuoio, con una taschina davanti, una chiusura come quelle delle cartelle di una volta, di quando eravamo piccoli, e una tracolla lunga lunga, per portarla di traverso al corpo. Se ci ripenso la rivedo in ogni particolare, la riconoscerei tra mille. Era appesa sulla parete di destra di uno… Leggi altro

  • Intervallo domenicale n. 4

    8 dicembre 2019 by

    EHI, TU Ehi, tulo sai com’è quando si vuole e non si vuole?quando vorresti rumore e silenzioquando vuoi dormire, non muoverti, star fermo, ma anche camminare fino a sciogliere gambe e testa e polmoniquando vuoi stare con e stare sololavarti e sprofondare nella puzzabere vino fino a perder la conoscenza oppure scegliere un frullato detoxparlare, rovesciare… Leggi altro

  • Milano

    5 dicembre 2019 by

    Più di tutto volevo essere bella. Il giorno dopo era pasqua e i miei genitori mi avrebbero portato a Milano a fare una gita. La grande città che non avevo mai visto, un giorno intero con mia madre e mio padre, avremmo mangiato fuori, un lusso, non succedeva mai. Io avevo da poco compiuto 11… Leggi altro

  • intervallo domenicale n. 3

    1 dicembre 2019 by

    La poesia della domenicaLa vita sirena Passeranno i secondi passeranno i minuti passeranno le ore poi i giorni, i mesi, gli anni. Passerà, certo passerà. Si zittisce il rumore dei ricordi, tutto si deposita, pesante. Coltri su coltri. Ogni volta di più.  E tu, come sordo, consumato. Ci si rialza, certo, perché così è scritto,… Leggi altro

  • La seduzione

    28 novembre 2019 by

    La vita ha questo, che ti sembra sia sempre stata così. Se mi guardo allo specchio mi sembra di essere la stessa di quando ero bambina e poi ragazza, di non essere cambiata poi così tanto. Naturalmente non è vero, ma ho l’impressione di essermi trasportata il presente sempre appresso. Poi guardo le vecchie foto… Leggi altro

  • Intervallo domenicale n. 2

    24 novembre 2019 by

    una poesia di tanti anni fa LINGUE lingue di terralingue di gattolingue biforcutelingue di serpentesono tante le lingue del mondo,ma la lingua più bella è quella che ti si ficca in bocca,che ti avvolge in un bacio.di saliva e piacere.di microbi e briciole.

  • Hammam

    21 novembre 2019 by

    In questa giornata che minacciava di piovere e che venivo da una settimana feroce, sono andata all’hammam. Tre ore in una realtà parallela nella quale mi sono persa e ritrovata e sono uscita quasi nuova, un nuovo stropicciato, ché lo scheletro è quello che è, ma pulita dentro. Arrivi, ti spogli, ciabattine, devi parlare piano,… Leggi altro

  • intervallo domenicale

    17 novembre 2019 by

    una poesia, buona domenicaCi compriamo due paia di pinne e andiamo a nuotare? E poi una maschera, un boccaglio, nient’altro;e insieme andiamo a esplorare il silenzio del marela mano nella mano e gli occhi nel blu.Ecco i pesci, piccoli, in branco, ma anche soli, colorati e pensosile alghe che ondeggiano, praterie verdi e anche nere, aggrappate alla… Leggi altro

  • La piscina

    14 novembre 2019 by

    Avevo sette o otto anni, ero ancora piccola, mia mamma lavorava sempre, non era una novità, e l’estate era una prateria infinita e vuota. Estate ragazzi, i campi estivi, i soggiorni a Londra per imparare l’inglese erano ben lontani dal venire. Così mia mamma mi faceva un abbonamento alle piscine AlbaMare che non erano troppo… Leggi altro

  • Domenico

    7 novembre 2019 by

    “Ti penso 25 ore al giorno” è la frase d’amore più bella che mi sia mai stata detta e ancora adesso resta insuperata, la pietra miliare dell’amore. Anche mio figlio lo sa e ogni volta ridiamo perché io gli chiedo: “da 1 a 10 quanto mi vuoi bene?”, lui mi risponde: “10” e poi si… Leggi altro

  • 31 ottobre 2019 by
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cominciamo, tuffi di superficie

Tuffi di superficie

Le fotografie sono piatte, hanno due dimensioni, sono ferme, cristallizzano un momento di vita. Però le fotografie, quando le guardi con occhi che sanno guardare, ti travolgono di ricordi oppure di immagini altre e allora acquistano profondità e movimento, persino un odore, raccontano una storia che stravolge la linea ordinata del tempo e danno voce al non detto. La superficie piana ondeggia, si increspa e tu afferri un solo piccolo particolare da niente, un cappotto di tweed, uno sguardo, un aeroplano e ti tuffi dentro, come un palombaro.

Una fotografia che mi è rimasta impressa è quella di quando stavo per morire e non l’ha scattata una macchina fotografica, ma l’hanno scattata i miei occhi.

Sono sempre stata una brava nuotatrice, senza paura. Quando mi capitava di leggere di gente affogata d’estate col mare appena un po’ più gonfio del solito, davvero non riuscivo a capire. Soprattutto se a morire non erano bambini o vecchi, ma uomini nel pieno degli anni e del vigore fisico. La forza del mare non l’avevo mai sentita fino in fondo. E invece una volta è successo anche a me di stare per annegare e se mi sono salvata è soltanto perché, non so come, ho intuito che al mare non bisogna opporsi, come verrebbe d’istinto, ma assecondarlo, inchinarsi alla sua potenza, lasciarsi andare.

Era estate, c’era un po’ di vento, ma il sole scaldava la pelle, una giornata come tante nella Sardegna del sud ovest, quella più selvaggia, affacciata sul grande mare aperto. Non siamo ancora arrivati che Nicola si tuffa, succede sempre così, l’acqua per lui è irresistibile. Io sistemo le cose, l’asciugamano, le borse, mi svesto, resto in costume, gli infradito ai piedi. Poi chiacchiero con gli amici che vedo una volta l’anno, le ragazze mature dell’isola che si spalmano via, insieme alla crema, la solitudine inutile dell’inverno, la birra in mano sotto l’ombrellone, e poi oggi c’è anche Simone che non lo vedo mai e per caso quel giorno è lì, parliamo di Parigi, del suo nuovo ristorante che verrà, di Matteo, il figlio lontano. Ogni tanto con la coda dell’occhio sto attenta a Nicola, una testa tra le onde, non lontano da riva. Non sembra che ci sia niente di strano, una giornata di mare come tante, a parte il vento che ti frusta un po’ con la sabbia che solleva, ma non da fastidio. Ci si abbronza senza fatica e senza sudare. Poi d’improvviso succede che c’è un capannello di gente sulla riva, proprio là dove il mare bacia la terra e l’onda si infrange, vedo braccia che si muovono, ma, anche se non sono lontana, non sento le voci, il vento fischia forte le porta via, però le immagino perché le mani sventolano, si agitano, le bocche si muovono. E vedo anche una ragazza, sola, che esce dall’acqua come una sopravvissuta e si butta sulla sabbia sfinita. Mi avvicino, ma ancora non capisco bene. Nicola è sempre a due bracciate da riva, mi sembra quasi di toccarlo: “Esci -gli urlo- esci subito”, e sono quasi arrabbiata. “Non ce la fa, non ce la fa” dicono in coro intorno a me. Ma come? Mi chiedo io, è a riva. E allora mi inoltro decisa nell’acqua, le ciabatte ancora ai piedi, gli infradito marroni, gli tendo la mano e invece sprofondo nel mare e non capisco quasi più niente. E’ un gorgo, un mulinello che mi spinge a fondo ogni volta che cerco di risalire, uno scontrarsi di acque diverse che battagliano di sotto e io ci sono in mezzo e anche Nicola. Siamo a pochi centimetri l’uno dall’altra, eppure non riusciamo a raggiungerci, ogni movimento ci riporta indietro e poi sotto, a sbattere sugli scogli, invece di avvicinarci. Ricordo che pensavo: non devo perdere le ciabatte, l’alluce e il secondo dito assurdamente, inutilmente stretti all’infradito, come se in quel momento fosse la cosa più importante, e intanto cercavo di raggiungere Nicola, gli urlavo: “stai calmo, arrivo, dammi la mano” e poi sprofondavo. A due bracciate da riva e la gente schierata che ci dava indicazioni: “di qua, di là” e non si muoveva. Poi non so come, con le gambe e con i piedi, riesco a dare un calcio forte a Nicola e poi a afferrarlo, con la mano, e a spingerlo, quasi a lanciarlo, come fosse una palla verso una roccia che sfiorava l’acqua ed era già quasi terra ferma. “Aggrappati -gli urlo- non lasciare le mani e striscia fuori”. E così lui fa, è tutto scorticato, ma salvo. E più lui si avvicinava alla terra, più il mare mi portava al largo e andavo sotto e poi tornavo su e per quanto cercassi di nuotare verso riva non mi spostavo di un metro ed anzi mi allontanavo. Combattevo come una furia, ma stavo perdendo. Vedevo la riva vicina, tutta la gente che urlava, mulinava le braccia, ma quasi non sentivo più le loro voci, vedevo le villette delle vacanze, bianche, schierate in alto una vicina all’altra e poi il cielo e gli alberi e il sole. Ho fotografato tutto, così vicino, ma così irraggiungibile. Ho pensato: finisce qui, con questo sole negli occhi, il rumore del vento e del mare, queste case di cattiva fattura, queste braccia agitate, ma al sicuro della terra. Ho lasciato andare un infradito, perso nel mare, poi mi sono lasciata andare anche io, abbandonata, nelle orecchie soltanto il suono dell’acqua che battagliava. Ed è stato lì che mi sono salvata. Smettere di combattere mi ha fatto recuperare le forze e il respiro. Ho galleggiato, sono stata sbattuta avanti e indietro, fino a che, come Nicola, mi sono aggrappata a una roccia e poi gli uomini, dalla riva, hanno fatto una catena di braccia e mi hanno teso una mano. Mi sono buttata sulla sabbia a peso morto, il costume strappato, un infradito ancora stretta nella mano destra, e ho ripreso fiato con la gente intorno che si agitava.

Dopo molte ore, quando il cuore ha ripreso a battere normale e io finalmente ho capito che la terra stava sotto di me e ancora dentro di me, il mare silenziosamente mi ha restituito l’infradito sinistra e alla sera sono tornata a casa con tutte e due le ciabatte nei piedi.

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