Mio padre

Roberta Toscano, “Papaveri rossi”

Mio padre ha fatto la guerra, è stato capo partigiano, un eroe del quale si parla ancora. Era un uomo di silenzi e un uomo molto bello. Quando parlava aveva un’ironia sottile che veniva fuori inconsapevole, a singhiozzo, non l’ha mai usata per crearsi un personaggio, era naturale. Metteva una canottiera bianca sotto la camicia e al mattino si lavava con l’acqua fredda, muovendo le mani sulla faccia con un vigore esagerato, così che poi intorno era tutto bagnato e mia mamma si lamentava, diceva: “si vede che di qui è passato tuo padre”. Anche quando mangiava, ti accorgevi dov’era seduto lui perché era pieno di briciole. Dopo pranzo dormiva sempre mezz’ora, si metteva nel letto con il giornale e si addormentava con gli occhiali da presbite sul naso, toccava a me svegliarlo e lui faceva sempre un sobbalzo, era preso come da uno spavento, sgranava gli occhi azzurri, ma poi si alzava in fretta, si dava un’aggiustata ai capelli col piccolo pettine che teneva sempre nella tasca posteriore dei pantaloni e affrontava la seconda parte della sua giornata di lavoro. Ha cominciato a lavorare che era ancora molto piccolo, avrebbe voluto studiare ma non c’erano i mezzi, e non mai più smesso. Era il centro della nostra famiglia ed era il centro di tante cose, un uomo molto intelligente che quando arrivava in una stanza te ne accorgevi, anche se non diceva niente. Non ci siamo mai parlati molto, più che altro io passavo il tempo a litigare con mia mamma, ma è l’uomo che ho amato ed ammirato di più e lui ha amato moltissimo me, che ero la femmina arrivata quando non sembrava più possibile e infatti porto ancora il suo stesso nome, ma al femminile. Un amore che si è cementato sui silenzi e sulla solidità che sapeva trasmettere. Se penso a mio padre, penso a una colonna con la base larga, molto larga. Ci reggeva tutti, ma lui era avvolto da una sua solitudine che nessuno di noi, nemmeno mia madre che adesso parla di lui come se fossero stati una cosa sola, è riuscito a scalfire. Forse perché era orfano ed è diventato uomo molto in fretta, non so. Non ricordo mi abbia mai abbracciata e i suoi baci erano sempre imbarazzati, un po’ storti, in punta di bocca, un’incombenza di amore esibito da togliersi il prima possibile. Però una volta mi ha accompagnata a Torino, da Cacharel, a comprarmi il vestito per capodanno. Lui non era un tipo da negozi, tanto più di pomeriggio, a metà della settimana, però era bello vederlo seduto sul pouf, che mi guardava quando uscivo dal camerino e commentava, mi dava consigli. Alla fine abbiamo scelto una gonna di raso un po’ corta e un bustier di velluto con tanti bottoncini davanti e l’interno di seta rossa, ce li ho ancora entrambi. Speravo che la commessa pensasse che lui era il mio amante e che era lì per farmi un regalo, magari dopo aver fatto l’amore. Sono stata attenta a non dire mai “papà”, a non farmelo scappare. Era un bell’uomo, l’ho detto, un onore esserne l’amante.

E così penso a mio padre, a quando lui stava morendo ed era in un posto ad aspettare che venisse il giorno, non c’era più niente da fare. Era più di un mese che andava avanti così e mia mamma si era trasferita a vivere nella stessa struttura, per stargli vicino, una camera a pagamento, due letti vicini, mio padre immobilizzato e lei che gli faceva da infermiera 24 ore su 24, orchestrava le medicine, lo imboccava per quel poco che riusciva a mangiare, ascoltava di notte i suoi rantoli, sperando di continuare a sentirli fino al mattino, che non si interrompessero. Io andavo tutti i giorni, ma un’ora, due al massimo, il grosso lo faceva lei. Ero molto arrabbiata con lui perché da uomo forte che era si era ridotto così, in balia di mia madre, della sua petulanza, in balia del suo corpo invecchiato, corroso dal male, ridotto a mangiare budini senza zucchero, giusto per mettere dentro un po’ di calorie senza far salire il diabete. Non riuscivo ad averne pietà, però non lo davo a vedere, anzi ero una figlia premurosa, i budini glieli procuravo io in un negozio di prodotti biologici. Qualche anno prima, quando era già malato, ma non ancora alla fine, è successo che mi son trovata da sola con lui, nella mia casa di ragazza. Mia mamma aveva avuto un malore, era all’ospedale, e l’unica soluzione era stata trasferirmi a vivere da mio papà, anche se avevo il bambino piccolo. Mio padre non poteva stare da solo. E in quei giorni è successo che doveva fare l’esame delle feci, aveva un’infezione che non si capiva da dove arrivasse. Ero maldestra con quel corpo irriconoscibile, non sapevo come fare. Con tutta la forza che avevo l’ho appoggiato sul bidè che avevo ricoperto di carta di giornale, era il mio dovere di figlia, lui ha cagato, ma la merda è uscita dal giornale, puzzava. Ne ho presa un po’, col cucchiaino, non sopportavo l’odore e lo schifo e la pena di quell’umiliazione sua e mia, i confini del lecito rotti, sparigliate le carte del giusto. L’ho messa nel vasetto dell’ospedale, poi ho pulito col guanto il bidè e gli dicevo “papà stai tranquillo, va tutto bene”, ma lui aveva gli occhi bassi si vergognava e anche io mi vergognavo per lui e per me, per il nostro patto rotto dal tempo. 

Di domenica, quando era nella struttura ed erano i suoi ultimi giorni, portavo anche mio figlio, che era piccolo, aveva poco più di tre anni, e ricordo una volta che era carnevale e siamo arrivati io, mio marito e Nicola vestito da superman. Mio papà era cosciente quella volta, abbiamo parlato di inezie, anche riso e lui cercava di essere dolce con Nicola, di fare il nonno, anche immobilizzato in un letto con le sbarre, e a un certo punto, non so quale fosse il collegamento, abbiamo tutti cominciato a cantare, seguendo mio padre che l’aveva intonata, “Finché la barca va”. Era una scena surreale, tutti riuniti nell’ospizio, le grandi finestre che davano sulla sera che scendeva, con un bambino vestito da superman e un vecchio che stava morendo, a cantare Orietta Berti, un po’ stonati, cantilenando: finché la barca va lasciala andare, finché la barca va tu non remare. E poi si è fatto silenzio ed eravamo tutti un po’ imbarazzati e stupiti. Però la volta che mi ricordo di più è quando abbiamo portato fuori mia mamma a mangiare, per distrarla un po’, farle prendere una boccata d’aria per un pranzo della domenica. Siamo andati in un ristorante vicino all’ospizio, che non si sapeva mai quello che poteva succedere, ma in centro, un bel ristorante e ricordo che abbiamo mangiato noi quattro all’ultimo tavolo all’angolo destro della veranda, proprio sulla piazza, e c’era il sole. Era una bella giornata, anche se era fine febbraio. Mia mamma parlava e parlava e mangiava agnolotti, sembrava una festa dopo tutto quel grigiore della struttura e la morte sulle spalle. C’erano risate e ci scambiavamo i piatti per assaggiare un po’ tutto. “Era da tanto che non passavo una giornata così”, dice mia mamma. “Stiamo bene”, dico io. E Nicola, che era piccolo e pieno di vita e curiosità, ci teneva allegri. Un tempo sospeso in un tintinnio di forchette e bicchieri e sole, una parentesi. Poi mia mamma, non eravamo ancora arrivati al dolce, pronuncia la frase che era nell’aria, ma nessuno aveva il coraggio di dire, lei, però, le dà voce: “Dopo, quando tutto sarà finito, dopo, potremo averne mille di giornate così”. 

Mio padre è morto di lì a poco. Nella note tra il 1° e il 2 marzo si aggravato, era chiaro che era questione di ore. Con lui c’era solo mia mamma. Il mattino del 2 lo abbiamo portato a casa perché voleva morire dentro le sue mura, così diceva mia madre. Abbiamo allestito il letto antidecubito, quello con le sbarre, nella camera che era stata mia e di mio fratello. Al pomeriggio è morto e intorno c’eravamo tutti, parlavamo di lui già al passato, c’era anche il medico che l’aveva seguito da sempre, quasi non ce ne siamo accorti. Però ho avuto tempo di soffiargli nell’orecchio: “grazie di tutto, davvero”.

Qualche giorno prima, in un momento di lucidità, tra un sonno e l’altro, mi ha regalato la sua ultima ironia: “L’avete preparato bene?” “Cosa papà?” “Il mio funerale”.

Pubblicato da paola

mi chiamo paola, sono di mezza età, ho un figlio di 14 anni, mio marito non c'è più. Mi piace scrivere, ma è sempre stata una cosa per me, un po' segreta; mi sono da poco trasferita a Torino, ho cambiato città e vita e così ho anche deciso di provare ad essere quello che sono. Scrivo spesso in prima persona perché non sono (ancora) capace di fare altrimenti, ma non tutto è stato vissuto da me così come è stato scritto. Dentro non ci sono solo io, ma la vita e le persone che ho attraversato. Ci sono i miei pensieri.

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