La felicità

E’ rara la felicità. La mia ha un giorno preciso.

C’era una terra rossa, una strada pietrosa che sembrava sulla luna e che pareva non finire mai, tra rocce e sabbia. Intorno solo cielo blu a perdifiato, nemmeno una nuvola, vento e sole e qualche cespuglio di quelli che non chiedono acqua. E poi grilli e l’odore del mare giù, giù in fondo, lontano, mescolato a quello del ferro, e poi cadaveri di un’altra vita, edifici scheletrici e abbandonati che erano stati villaggi cresciuti intorno alle miniere di piombo e zinco del ‘900. Era una terra di fatiche e bellezze. Era il 22 agosto 2009, quasi mezzogiorno.

Eravamo partiti in macchina senza sapere bene dove stavamo andando. Io mi ero accorta, sulla strada, di aver dimenticato in albergo un paio di scarpe. La sera prima avevamo fatto spettacolo a Montevecchio, ma non era stato davvero lavoro, era semplicemente una parentesi della nostra vacanza. Ci piaceva, quando andavamo in Sardegna per l’estate, punteggiare l’ozio di piccoli appuntamenti di lavoro, concerti, spettacoli anche mezzo regalati. Era più che altro l’occasione per conoscere nuova umanità, che sull’Isola era traboccante, e nuovi posti che sempre finivano per stupirci e rubarci il cuore.

Gli organizzatori ci avevano raccontato la storia di quella zona della Sardegna, la zona delle Miniere che era stata una specie di zona franca, dove un tempo si batteva moneta e dove lavoro e vita erano una cosa sola: si guadagnava e si spendeva -spesso al gioco o a donne- senza muoversi di un passo. Le famiglie dei minatori, le mogli, i bambini vivevano nel paese vicino a Guspini, così quello era un mondo di umanità divisa: le donne di famiglia da una parte, gli uomini dall’altra e in mezzo c’era solo un lavoro duro che faceva ammalare ai polmoni e al cervello. Nel 2009 quella vita non esisteva più, le miniere erano state abbandonate negli anni ’90 del ‘900, l’economia rasa al suolo, i luoghi abbandonati, però c’era un festival, molto militante, gli organizzatori erano figli di quegli stessi minatori, si chiamava “Festival Cantiere di Lavoro Teatrale” ed è lì che avevamo fatto spettacolo, nel mezzo della nostra vacanza. Tra le altre cose gli organizzatori ci raccontarono che proprio da Montevecchio partiva la strada per Piscinas che era -ci dissero- uno dei più bei posti e più incontaminati della Sardegna, infinite dune di sabbia bianca e il grande mare aperto che ruggiva. Così abbiamo deciso di andarci il giorno dopo, non avevamo fretta e una scoperta, un’avventura ci stava bene. Siamo partiti di mattina, io avevo dimenticato le scarpe, l’ho già detto, e la prima parte del viaggio è stata occupata da questo cruccio. Non avevamo però capito fino in fondo com’era la strada per arrivare a Piscinas, un vero viaggio in un’altra dimensione. Nel primo tratto una strada come qualsiasi altra, quasi di montagna, ma poi , quando si cominciava a scendere, si finiva dritti sulla luna, l’asfalto finiva, finivano le case abitate, nessuno intorno, solo rocce rosse e silenzio e neanche il telefono prendeva più. Però avevamo la musica che usciva dai finestrini e riempiva l’aria. A quel tempo ascoltavamo molto un album di Fossati di qualche anno prima, “L’Arcangelo”, quello di “Cara Democrazia”. Era diventato un album tormentone della nostra famiglia, un po’ perché ci piaceva, un po’ per la pigrizia di cambiare, lo ascoltavamo spesso. Io ero completamente rapita da quel paesaggio, mi sentivo la pelle calda di sabbia e sale, facevo foto con la mia reflex dal finestrino, mille foto che poi son venute mosse dal movimento dell’automobile ed erano moltiplicazione infinita della stessa immagine solo leggermente diversa, terra rossa, cespugli ondeggianti al vento, cave abbandonate, case mangiate dal vento e dal sale e dalla solitudine che rivelavano la loro anima di ferro arrugginito. “L’amore fa belli i capelli”, cantava Fossati e noi con lui. C’era armonia e bellezza, ma anche disperazione in quella terra e noi tre, mio marito, mio figlio ed io, nell’abitacolo dell’auto e poi Fossati che cantava, ci facevamo più stretti, tra stupore e pensieri. Era un tempo sospeso e noi eravamo come in una bolla. E a un certo punto di quell’album c’era “La Cinese” che non è di sicuro la più bella canzone di Ivano Fossati. Sono quasi convinta che lui la considerasse un divertissement. Non che lo possa dire con certezza, ma questa è la mia impressione. Però noi, quando arrivava, facevamo sempre insieme una specie di balletto, fatto di “Din Din Din” e di movimenti con le mani e le dita che per noi erano quelli di un orientale. Nicola rideva come un matto. Subito dopo quella canzone ce n’è un’altra che per me, invece, è una delle sue più belle, “Saluti e Baci” e dopo tutto quel ridere ci sorprendeva di stupore per la bellezza e la ascoltavamo in silenzio, solo il suono dei nostri respiri e il rumore dei nostri pensieri.

E quel 22 agosto, mancava poco all’ora di pranzo, come sempre noi avevamo cantato a squarciagola “La Cinese” e fatto il nostro balletto e poi ci aveva catturati lo stupore di “Saluti e baci” ed eravamo stati zitti, c’era solo più paesaggio e musica e io guardavo dal finestrino, anche Nicola era calmo, anche lui con gli occhi rapiti dal fuori e le orecchie dalla musica. E poi la canzone è finita e io ho detto: “Ma la sentite ragazzi? Questa è la felicità” e giuro, giuro, anche se può sembrare retorica, che il mio cuore ne traboccava quasi da star male e anche se ci sono state volte, più ortodosse, nelle quali sono stata felice, quando è nato mio figlio ad esempio, oppure il giorno che io e Gianmaria ci siamo sposati, quel momento è impresso nella mia memoria come la più pura e la più intensa delle felicità. Preziosa.

Pubblicato da paola

mi chiamo paola, sono di mezza età, ho un figlio di 14 anni, mio marito non c'è più. Mi piace scrivere, ma è sempre stata una cosa per me, un po' segreta; mi sono da poco trasferita a Torino, ho cambiato città e vita e così ho anche deciso di provare ad essere quello che sono. Scrivo spesso in prima persona perché non sono (ancora) capace di fare altrimenti, ma non tutto è stato vissuto da me così come è stato scritto. Dentro non ci sono solo io, ma la vita e le persone che ho attraversato. Ci sono i miei pensieri.

3 pensieri riguardo “La felicità

    1. Grazie, grazie infinite per questa condivisione! Anche io ora sono sola, dal 29 di settembre, dopo 40 anni mio marito se ne è andato, il cancro l’ha consumato. Da due giorni ho scoperto, per caso, ma forse no, le canzoni e la musica di tuo marito e da allora le note fanno tremare i muri della nostra casa, e anche il mio cuore si è sciolto, finalmente lacrime calde scivolano sul mio volto. Sento che il dolore è arrivato a sciogliere la corazza di protezione che mi sono costruita. Ho passato in rassegna molti momenti della nostra felicità, proprio come quello che hai raccontato tu. Cantavamo sempre in auto, anche con i nostri figli. Non so cosa farò ora, mi sento persa ma so che ce la farò. Ora nella mia casa risuonano le note di Gianmaria e il sole risplende e mi riscalda. Grazie!

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