La borsetta

Roberta Toscano, “Il fiore dentro”

Una piccola borsetta di pelle color cuoio, con una taschina davanti, una chiusura come quelle delle cartelle di una volta, di quando eravamo piccoli, e una tracolla lunga lunga, per portarla di traverso al corpo. Se ci ripenso la rivedo in ogni particolare, la riconoscerei tra mille. Era appesa sulla parete di destra di uno dei più belli e più cari negozi di pelletteria della mia città, che adesso non esiste più. Una boutique delle borse, si diceva allora, perché la parola francese sapeva di eleganza e raffinatezza. Non c’erano prezzi in vetrina, era volgare, ma tutti sapevamo che ogni cosa che si vendeva e si comprava lì dentro era carissima. Io facevo le medie, ero nell’età di mezzo, e la desideravo moltissimo. Passavo a guardarla tutti i giorni, ma sapevo che non potevamo permettercela e anche mia madre me l’avevo detto. Me ne aveva proposta un’altra, simile, ma non uguale, che vendevano due negozi più in là, avrebbe fatto lo stesso uso e io mi sarei tolta uno sfizio -perché di sfizio, si trattava e anche io lo sapevo- ad un prezzo abbordabile. Io però quell’altra borsetta non l’ho neanche voluta prendere in considerazione. Non era la stessa cosa, non aveva quella bellezza essenziale, era goffa, aveva troppe cose sopra, era eccessiva per nascondere la mancanza di grazia. E allora piuttosto niente, piuttosto le tasche che avevo usato fino ad allora. Già allora avevo capito che gli sfizi, i desideri assoluti non possono accontentarsi e già allora ero una da tutto o niente, senza sfumature. Una testona, mi dicevano.
Poi un giorno la borsetta, in vetrina, non c’era più.
Mi è cresciuta una bolla nello stomaco, un’ansia, quasi un dolore fisico. Sarei voluta entrare per chiedere se qualcuno l’aveva comprata oppure se avevano semplicemente deciso di cambiare la vetrina, ma naturalmente non avevo il coraggio. C’era la moquette al pavimento, una certa aria ovattata e sospesa, grandi scaffali di legno pieni di borse e silenziosi. Soprattutto c’era una signora elegante, la proprietaria, molto diversa dalle donne che conoscevo io, alta, un’essenzialità quasi maschile, i capelli a caschetto corto col ciuffo bianco davanti, che ti guardava dall’alto in basso.
Ero giovane, nell’età di mezzo, la scuola, le amiche, le telefonate infinite nei pomeriggi infiniti, la bici, gli ormoni in movimento, alla borsetta dopo un po’ ho smesso di pensare.
Poi è successo che un giorno che stavo camminando veloce in centro, noto in lontananza lei, la ragazza più bella, più bionda, più elegante, più desiderata della città. Era insieme alle sue amiche, bionde come lei. Non ci conoscevamo personalmente, e non poteva essere diversamente, lei di famiglia bene, io no, lei una specie di barbie slanciata e patinata, nasino alla francese, capelli fluenti, sempre con l’onda; io nera di capelli, sempre spettinata, con il naso impegnativo, poco elegante, poco alla moda. Qui da noi, almeno di vista, ci si conosce da sempre un po’ tutti, è la vita di provincia, una familiarità velenosa anche se sembra scaldare. Io sapevo il suo nome e il suo cognome, una poesia musicale, un nome che già prometteva paradisi e delizie, lei non credo sapesse il mio, però di sicuro sapeva, anche solo in qualche periferia dei pensieri, che esistevo, che mi muovevo nel mondo, ero una faccia da paesaggio, inutile al suo mondo di bellezza e sorrisi. Da adolescenti siamo tutti scemi, pensiamo di essere, nel bene o nel male, l’ombelico del mondo. Comunque sia lei, la barbie bella e sorridente, quel giorno si muoveva leggera, nello sciame delle sue amiche belle come lei, con la borsetta, la mia borsetta, a tracolla, come se quella borsa fosse nata per lei, pensata solo per lei. Tutto si è fermato, sfocato, vedevo solo la borsetta e il sorriso di lei che la indossava e che mi raccontava di vite esotiche, meravigliose, dove tutto era possibile e non c’erano sacrifici, fatiche e dolori, un mondo di donne e uomini biondi, belli, eleganti, mai presi dagli affanni del giorno, vite che ignoravano l’esistenza di noi neri non così slanciati, sempre un po’ polverosi, sempre un po’ fuori posto. Non credo di averla odiata, che forse sarebbe stato persino un po’ sano. Non era neppure invidia. E’ stato piuttosto il momento nel quale ho toccato con mano le differenze e la loro ineluttabilità, le ho sentite nella carne, la separazione degli uomini: di qua l’umanità bella e ricca e naturalmente bionda; di là, ed eravamo tanti, quelli né belli né brutti, non ricchi, ma nemmeno poveri, e naturalmente neri. Allora pensavo che non ci fossero soluzioni, né ricette, che quelle separazioni sarebbero esistite per sempre, che nulla sarebbe potuto cambiare e non era neppure immaginabile che quegli universi si potessero scambiare, che le pareti che li proteggevano fossero traspiranti, che esistessero correnti, che ci si potesse mescolare. Era l’assolutezza dell’adolescenza, ma io mi sono sentita condannata, come una pena dell’inferno.
Poi sono cresciuta, ho fatto la mia strada, la mia fortuna ha preso strade più dolci, pendii meno scoscesi. La mia famiglia è diventata una famiglia “bene”, di quelle rispettate. E’ stato grazie al lavoro, non abbiamo rubato niente a nessuno e non ci siamo dimenticati da dove veniamo. A me è restata una morale un po’ calvinista, profilo basso e andare sempre. Insomma me la sono cavata, niente mi è stato regalato, ho faticato, attraversato dolori e successi, però mi sono presa il mio posto nel mondo, forse son passata nell’altro universo o comunque sono vissuta come una appartenente a quell’altro universo, anche se io continuo a sentirmi senza terra, apolide, né di qua né di là e volte mi soffio via ancora un po’ di polvere di dosso. La cosa che mi è rimasta ancora oggi è certamente l’allergia alle sfide. Se scatta una competizione, rinuncio in partenza, correte voi, non sono fatta per le gare, i concorsi, i medaglieri. Istintivamente sto con chi perde e non riesco a tollerare che qualcuno perda a causa mia. Nel mio piccolo piccolo, nella parte di formicaio dove vivo, però, ho una certa visibilità, alla fine i miei talenti, che sono poi essenzialmente quelli di mettere in contatto cose e persone, sono venuti fuori. Parlo in pubblico, organizzo, scrivo qua e là, muovo l’aria, ho fatto politica. E così ormai è normale che la barbie bionda, che è diventata una bella donna bionda sempre elegante e alla moda, segnata come me dal tempo passato, mi saluti con un “ciao Paola” e mi sorrida per strada, quando mi incontra. E io vedo nel suo sorriso la malinconia di chi non ha viaggiato tra gli universi. Una volta mi ha anche detto: “sei bella, per te il tempo non passa mai” e io sono scoppiata a ridere dentro, pensando alla borsetta di cuoio dalla lunga tracolla che chissà se era ancora nei suoi armadi.

Pubblicato da paola

mi chiamo paola, sono di mezza età, ho un figlio di 14 anni, mio marito non c'è più. Mi piace scrivere, ma è sempre stata una cosa per me, un po' segreta; mi sono da poco trasferita a Torino, ho cambiato città e vita e così ho anche deciso di provare ad essere quello che sono. Scrivo spesso in prima persona perché non sono (ancora) capace di fare altrimenti, ma non tutto è stato vissuto da me così come è stato scritto. Dentro non ci sono solo io, ma la vita e le persone che ho attraversato. Ci sono i miei pensieri.

3 pensieri riguardo “La borsetta

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