La seduzione

La vita ha questo, che ti sembra sia sempre stata così. Se mi guardo allo specchio mi sembra di essere la stessa di quando ero bambina e poi ragazza, di non essere cambiata poi così tanto. Naturalmente non è vero, ma ho l’impressione di essermi trasportata il presente sempre appresso. Poi guardo le vecchie foto e mi ritrovo una faccia rotonda come una mela, la pelle così tesa sulle guance che sembrava gonfiata. L’espressione seria. Gli occhi però sono sempre gli stessi anche se adesso la palpebra, soprattutto quella destra, sta cercando di mangiarsi l’iride; sono occhi insieme profondi e un po’ persi e anche le gambe sono sempre le stesse, affusolate e troppo lunghe se proporzionate al tronco. La scoliosi che mi ha preso quando ero bambina, mi ha impedito di crescere come era stato scritto dovessi crescere, almeno 7/8 cm di più, così mi ritrovo della gambe un po’ esagerate per la mia statura, gambe da grandi falcate e anche le spalle sono importanti, spalle di una donna che avrebbe dovuto essere più alta. C’è una foto di me a 14 anni che entro nel mare sulla spiaggia di Borgio Verezzi insieme ad altri amici. E’ una brutta foto, sfocata, con un’inquadratura incerta che abbraccia troppo paesaggio, però si vede con chiarezza la mia coscia tesa che esce dal costume sgambato avanzando tra le onde e con un braccio, il sinistro, mi appoggio a un altro ragazzino, penso fosse il fratello di Anna, chissà che fine ha fatto. Anche se di certo, non lo volevo, anzi forse proprio per quello, la posa è provocante. Non sono mai stata particolarmente bella, ho un corpo senza curve, due seni che erano come triangoli a punta, un po’ africani, ed ora sono due sacchettini sgonfi che non hanno resistito alla forza di gravità, ma il mio corpo è sempre stato provocante, non so bene perché. Credo sia questione di estremità, mani come rami intrecciati, ginocchia sporgenti, caviglia stretta come un polso. Ho iniziato ad averne coscienza più avanti, dopo il mio primo marito, e ho anche imparato ad usarla, però a rivedere le foto di me bambina o ragazza quella provocazione la vedo chiaramente, anche se all’epoca non me ne accorgevo. Penso che mi arrivi da zia Nella, anzi sono sicura che arrivi da lei. Zia Nella è stata una delle sorelle di mia madre, la più spudorata, insieme a zia Santi, Santina, ma più intelligente. Era molto bella, da giovane si dice che avesse fatto girare la testa a mezza città, due occhi verdi e furbi, i capelli neri, il naso fine fine, un po’ alla francese, due belle gambe slanciate dai tacchi che non lasciava mai. Si era sposata con zio Giovanni che invece era grigio, incolore, innamorato solo del loro cocker, Chicca. Non so perché si fossero sposati, non avevano nulla in comune, forse lui è stato molto banalmente il suo passaporto per la libertà, per cominciare a fare davvero quello che voleva. Non avevano mai avuto figli, mia mamma mi aveva sempre detto che lui non era un uomo-uomo e non ho mai ben capito cosa significasse. Insieme gestivano un bar, vicino all’ospedale, ma era stata mia zia a fare tutto, a mettere su l’attività, che prima era più grande, mi raccontava, gestivano un hotel, ma io non l’ho mai visto, ne ho sempre soltanto sentito parlare e poi delle piscine. Mia zia era capace di infilarsi in tutto, di essere sempre nel centro delle cose, di fare affari anche poco puliti forse al limite della legalità senza però mai oltrepassarla, non lo so con certezza, ma questa è sempre stata la mia impressione. Era una donna che aveva la fame e la voglia e la furbizia del dopoguerra. Aveva tanti gioielli chiusi in una cassaforte nello sgabuzzino dietro la camera da letto di zio Giovanni dove conservava anche milioni di scarpe, anelli appariscenti con grandi pietre preziose, orecchini, spille, collane d’oro, braccialetti. Ogni tanto apriva la cassaforte e i miei occhi di bambina brillavano di fronte a tutta quella meraviglia buttata sul letto. Era sempre allegra, rideva molto, ma quando si arrabbiava sapeva essere spietata, durissima. Era sempre seduttiva, aveva presto capito il potere della bellezza, l’unico che in quei tempi le era concesso, ma aveva un amante fisso che abitava vicino a casa sua ed era sposato pure lui, un matrimonio senza amore. Tutta la famiglia sapeva della sua esistenza, era come se fosse un altro marito, spesso arriva alla fine dei pranzi di Natale o di Pasqua, quando zio Giovanni portava fuori il cane, e veniva a trovare la zia anche quando eravamo noi due sole insieme al mare. Arrivava per pranzo e dopo mi dicevano che andavano a riposarsi un po’ sul letto, di non disturbare. 

In famiglia non ci facevamo tante domande, però sapevo anche io, che pure era piccola, che la moglie di lui, una bella donna con i capelli neri e gli occhi azzurri ghiaccio, ci odiava e anche i figli di lui, due maschi che gli assomigliavano, ci odiavano. Lui, l’amante di mia zia, all’epoca era un bell’uomo, minuto, capelli castano rossiccio con due grandi basette ai lati della faccia, aveva una risata rasposa, che restava chiusa nella bocca, era un uomo di poche parole, tanti nei sulla pelle sempre un po’ abbronzata, vestiva con gusto, ricordo i mocassini, i piedi piccoli e fumava tantissimo. Tutto il contrario di zio Giovanni, che era sempre trascurato, e anche lui di sicuro sapeva. Zio Giovanni me lo ricordo vecchio da sempre,  pelato, con la coroncina di capelli bianchi intorno e due baffi, bianchi pure loro, basso, più basso di zia Nella che invece aveva il portamento di una regina e poteva sembrare se non sua figlia, di certo non sua moglie. Zio Giovanni aveva una mini cooper verde nel garage del cortile e gli piaceva curare un pezzo di orto che aveva fuori città, ci andava sempre nel fine settimana, caricando gli attrezzi sulla mini e qualche volta mi portava e a me piaceva. Coltivava quintali di patate e una volta, per farmi contenta ha seminato le angurie, anche se mi diceva che quella non era terra da angurie e infatti non sono venute. Non era un tipo da tante parole, però mi voleva bene. Si era rassegnato a una vita sua, da solo, non credo avesse delle amanti. In casa, zia Nella e zio Giovanni dormivano in camere separate con la scusa che lui russava. Non conoscevo nessun’altra famiglia nella quale marito e moglie dormissero in camere separate, però dividevano il bagno che era tutto marmi rossicci e specchi, sembrava una gioielleria, brillava sempre, si aveva quasi paura ad entrare per fare le cose che di solito si fanno in un bagno, lavarsi, pisciare. A me più che altro piaceva andare nel bagno di zia Nella per aprire l’armadio a specchio e guardare le creme e i trucchi, imbambolarmi davanti alle boccette e ai vasetti che non avevo mai visto, spruzzarmi addosso i profumi.

Mia zia è stata l’artefice di molte mie prime volte. Era specialista nel far crescere le voglie e il desiderio, la golosità. Mi ha portata per la prima volta a teatro, a vedere Macario e per l’occasione mi aveva anche comprato una gonna di velluto marrone, lunga fino alle caviglie e una camicetta di pizzo beige, perché a teatro bisognava andare eleganti, anche se eravamo solo ad Alba ed era una serata in mezzo alla settimana. Mi ha fatto tagliare i capelli corti corti e io li avevo sempre portati lunghi; eravamo a Borgio Verezzi e mi aveva trascinato da una pettinatrice nera che aveva aperto da poco e a lei piaceva quell’esotismo. “Taglia, taglia, non avere paura”, le ha detto perché era nera e ai neri si doveva dare del tu ed era una confidenza che segnava la distanza, anche se lei non se ne accorgeva e anzi sembravano due complici. Loro si divertivano, io ne sono uscita con un taglio sgraziato, senza nessuna forma, sforbiciate a caso, ciuffi da tutte le parti e poi mi ha fatto anche la foto, la conservo ancora, io che sorrido sdentata e sembro un maschio. Ma lei era esuberante, amava la mia giovinezza sinceramente, ero la sua tavolozza, il suo specchio. Mi ha portata per la prima volta su un piccolo aereo da turismo a vedere Alba dall’alto e intanto che volavamo flirtava col pilota, anche se era più giovane di lei, e lo incitava a fare manovre azzardate, discese improvvise, virate brusche, per farmi sentire il brivido della paura e più io mi spaventavo, più lei rideva tenendomi la mano. Mi ha portata a Mosca e Leningrado quando c’era ancora il comunismo e non era un viaggio semplice.

Poi mio zio Giovanni si è ammalato, un tumore al fegato, stava sempre coricato nel suo letto, nella stanza in fondo all’appartamento e mia zia l’ha curato con attenzione, si è dedicata a lui anima e corpo. Quando è morto e c’è stato il funerale, ricordo che zia Nella piangeva sguaiatamente e urlava “Giovanni, Giovanni”, sembrava non potesse più sopravvivere, bisognava tenerla su, quasi sveniva. Era una donna drammatica, ma io so che soffriva davvero, dev’essersi rivista la vita, gli sbagli, le mancanze e i rimpianti, sono sicura, anche se ricordo che due donne, vicino all’ascensore, gli sportelli erano aperti, stavano per salire e c’ero solo io, una bambina che non poteva capire, hanno detto a bassa voce, pettegole: “Adesso piange, però gli ha fatto portare le corna per tutta la vita”. Le ho odiate.

Comunque mia zia si è ripresa e ha vissuto, sempre splendida, sempre al massimo, da sola con Chicca, il cocker, morta dopo qualche anno anche lei, altro grande dolore, era per lei come una figlia, dopo non ha più voluto cani. E l’amante, presenza intermittente, ma costante, della sua vita.

Poi si è ammalata anche lei, è stata lunga, è durata un bel po’, a fasi alterne, un brutto tumore nel sangue, ha fatto molte chemioterapie, ha perso tutti i capelli, si è dovuta piegare a una parrucca che le faceva prudere la testa, ma era bella anche da pelata, anche se lei non riusciva ad accettarlo. Le siamo stati tutti molto vicini, io passavo spesso a trovarla e parlavamo molto, lei sdraiata nel suo grande letto con la testiera d’oro e velluto verde, io accucciata al fondo. Ero già una ragazza grande, prima una giovane sposa e alla fine della sua malattia, quando è morta, ero già una donna separata. Aveva paura di morire, ma non pronunciava mai la parola, più che altro era arrabbiata, perché lei era una donna di vita. Una volta mi ha chiesto se davvero, secondo me, c’era qualcosa dopo? Per lei era una domanda importante, era l’essenziale, anche se l’ha pronunciata quasi distrattamente e col sorriso di chi non ci crede. Io ero una ragazza saccente, il dentista mi aveva appena fatto un intervento in bocca, ero infastidita dal mio male, le ho parlato di filosofia, le ho tolto anche quest’ultima speranza. Mi ricordo una volta che era in ospedale, stava male, era nel letto della camera a pagamento del secondo piano, in fondo al corridoio, era nella fase con i capelli brizzolati che stavano ricrescendo, si lamentava molto, diceva che non sopportava il dolore, c’eravamo intorno al letto io, mia mamma e un’altra mia zia. Poi entra nella camera, il primario, alto, un ciuffo di capelli brizzolati a scivolargli sull’occhio destro, si avvicina al letto, si china su di lei, le stampa la sua faccia nella sua, sono vicinissimi, le prende la mano e la guarda con attenzione, non fa niente più di questo, non era più il tempo delle cure quello. Gli occhi verdi di zia Nella cambiano immediatamente, diventano quella di una gatta, riescono a passare dalla seduzione all’ingenuità, ringiovanisce, sorride. Il dottore è molto più giovane di lei e lei è in un letto malata, sta morendo, però non riesce a trattenersi, seduce, come col pilota dell’aereo, come sempre ha fatto in vita e come continua a fare ora che è a due passi dalla morte. Vuole essere la più bella e indimenticata morta di tutto l’ospedale. E’ la sua forza e la sua maledizione, è un traboccare dolorosamente felice di vita. Io lo riconosco. E’ quasi osceno, mia mamma e l’altra mia zia, invece, non si accorgono di niente, sorridono anche loro, sono contente di vederla meglio. Io dopo un po’ non riesco a sopportarlo, mi siedo sulla sedia in fondo alla stanza e sfoglio una rivista.

Quando è morta, mia zia Nella mi ha lasciato una pelliccia di leopardo vero, che da allora riposa nel mio armadio e non l’ho mai voluta vendere anche se non la metto, un collier di platino antico con una bella perla che fa il paio con due orecchini, un braccialetto d’oro bianco con piccoli smeraldi, due posaceneri di giada.

Pubblicato da paola

mi chiamo paola, sono di mezza età, ho un figlio di 14 anni, mio marito non c'è più. Mi piace scrivere, ma è sempre stata una cosa per me, un po' segreta; mi sono da poco trasferita a Torino, ho cambiato città e vita e così ho anche deciso di provare ad essere quello che sono. Scrivo spesso in prima persona perché non sono (ancora) capace di fare altrimenti, ma non tutto è stato vissuto da me così come è stato scritto. Dentro non ci sono solo io, ma la vita e le persone che ho attraversato. Ci sono i miei pensieri.

6 pensieri riguardo “La seduzione

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: