Domenico

Ti penso 25 ore al giorno” è la frase d’amore più bella che mi sia mai stata detta e ancora adesso resta insuperata, la pietra miliare dell’amore. Anche mio figlio lo sa e ogni volta ridiamo perché io gli chiedo: “da 1 a 10 quanto mi vuoi bene?”, lui mi risponde: “10” e poi si aspetta immancabilmente che io dica “nooo, devi dire 11, è questa la regola, l’amore è più del possibile”. Ma i bambini sono concreti. 

Ti penso 25 ore al giorno” me l’ha scritto tanti anni fa, era il 1985, Domenico. Aveva un cognome importante, un po’ nobile, che però qui non dirò, e abitava a Savona. Io all’epoca avevo 18 anni, facevo il liceo, lui invece di anni ne aveva 26. Era già all’università, stava per laurearsi. L’ho conosciuto tramite un annuncio che avevo messo su “Ciao 2001” l’anno prima; c’era una rubrica per conoscersi, a quel tempo si faceva così, e io avevo scritto che mi sarebbe piaciuto conoscere qualcuno. Evidentemente era un annuncio che si distingueva perché ho ricevuto tante lettere, da tutte le parti d’Italia, all’inizio rispondevo a tutti, ma poi via via ho selezionato. Anche allora ero interessata alla bella scrittura e alla grammatica rispettata e bastava un apostrofo messo male per farmi dire che no, non era la persona per me, non ne valeva la pena. Domenico era davvero interessante, si capiva subito, scriveva bene, lunghe lettere con una scrittura fine e precisa, sempre stampatello, ma uno stampatello aggraziato, non te ne accorgevi. Avevamo molti interessi in comune, la musica ad esempio, e i libri. All’inizio ci si scriveva al buio, lui non sapeva che faccia avevo io e io non sapevo com’era la sua, però era bello lo stesso, ci si conosceva attraverso le parole, i pensieri, il modo di scrivere e di raccontare. A dirlo adesso sembra un altro mondo, però io le lettere di Domenico le aspettavo sempre col fiatone e quando arrivavano aprivo la busta già per le scale e per prima cosa contavo le pagine per assicurarmi che fosse una lettera lunga nella quale affogarmi. Poi, dopo un po’ di tempo c’è stata la voce. Abbiamo cominciato a telefonarci e la sua voce era bella e a lui era piaciuta la mia. Telefonate lunghissime, di pomeriggio, quando i miei erano al lavoro e io in casa da sola, all’apparecchio fisso a parlare di tutto e di niente, anche a stare zitti, c’erano così tante cose da scoprire persino nei silenzi. Io mi sdraiavo sul tappeto in corridoio, la testa a guardare il soffitto e parlavo, parlavo, raccontavo di me, delle mie giornate, dei libri che leggevo, della musica che ascoltavo. Mi sentivo piena, mi toccavo il corpo come se le mani fossero le sue. Lui mi raccontava della casa in campagna, nell’entroterra ligure, dove scappava appena poteva e dove avrebbe voluto vivere per sempre, un po’ bohémien, mi parlava del suo castagno, del prato sul quale si stendeva a guardare le stelle e a bere birra, e poi mi diceva della sua famiglia, che era una famiglia all’antica, con un padre tutto d’un pezzo e lui, che era figlio unico, ne era completamente succube. E più il tempo passava, più ci facevamo intimi, depositari dei segreti l’uno dell’altra, e le parole si facevano sciolte e spudorate e noi diventavamo l’uno all’altra necessari come l’aria. Ci siamo scambiati le foto. Ho scoperto  che aveva i capelli ricci, neri, e un paio di baffi sottili, mi sembrava un uomo, grandissimo. Nella fotografia indossava una giacca marrone chiaro sopra i jeans e abbracciava una chitarra. Ho visto i peli neri che spuntavano dalle maniche della giacca e lambivano il polso, sottile. Io a lui ho mandato una foto della gita a Venezia con la scuola, la mia faccia un po’ sperduta e persa dietro la vetrina a un tavolino di un bar. Me l’aveva fatta Sabrina, io manco me n’ero accorta e forse era proprio per questo che mi piaceva così tanto, perché era una foto rubata, e io non ero in posa. Non sono mai stata fotogenica, però quella pensavo fosse un’immagine che mi rappresentava, che fosse il ritratto della mia anima fragile e che Domenico l’avrebbe di certo capito. Ero molto sentimentale. Adesso come adesso, magari ne manderei una di me nuda, per far vedere che non sono ancora da buttar via e per fingere una sicurezza che non ho. Tutto il contrario.

Poi, a un certo punto, ci siamo anche incontrati. Lui ha preso il treno e da Savona è venuto ad Alba, un pomeriggio di quasi primavera, i primi di marzo. Ero molto emozionata e pure un po’ imbarazzata. Dopo tutte quelle parole e quella confidenza, vederci dal vero non sapevo come sarebbe stato, magari una delusione. Lui mi aveva preannunciato di essere timido e che avrei dovuto fare per due, come al telefono. Mi sentivo piccola, inadeguata, e Domenico era così grande. Prima avevo avuto un’unica storia con Mario, che è stato il mio primo ragazzo vero, il primo col quale ho fatto l’amore. Anche lui più grande di me, già indipendente, suonava la tromba e aveva una grande moto. L’avevo voluto tenacemente, lui prima si negava, si è fatto inseguire un bel po’, ma alla fine l’ho lasciato io, quando gli ero diventata necessaria e io avevo capito che era stupido. Ancora adesso, che è sposato, ha due figli e insegna musica ai ragazzini delle medie, so che parla di me. Per il primo incontro con Domenico ho pensato tanto a come vestirmi, avrei voluto piacergli da subito, ma alla fine mi sono messa i jeans e un maglione grigio larghissimo, un po’ consumato. Ai piedi le clark. La mia divisa d’ordinanza. Non avevo il coraggio di portarlo a casa mia, non c’era nessuno in verità, io ero sempre sola, ma non mi sembrava una casa adeguata; così mi sono procurata le chiavi della sede scout che frequentavo in quel periodo e che di mezzo alla settimana era vuota e l’ho portato lì dopo averlo preso alla stazione. La stanza era rettangolare e tutt’intorno c’erano delle panche, ma su un lato, quello lungo, c’era una seduta in cemento, ricoperta da un moquette verde, e la parete faceva da spalliera. Ci siamo seduti e abbiamo allungato le gambe. Il riscaldamento era spento e faceva abbastanza freddo. Lui aveva un assurdo cappotto leggero in tweed nei colori del beige, lungo fino a metà polpaccio. Sorridevamo molto e parlavamo poco, poi lui ha preso la chitarra e mi ha detto: “Proviamo a cantare insieme Giugno 73?”, che era la mia preferita, aveva una voce, quando parlava, che era come una carezza. E così abbiamo cantato, io piano, ché mi sentivo stonata e lui con una voce fine, un po’ alla Concato, e le mani lunghe che si muovevano come ragni sulle corde. Dopo questa canzone ci siamo abbracciati, io completamente immersa nel suo cappotto, quasi sparivo, le mani nelle mani, appoggiati al muro, a guardare quello di fronte e senza parlare. Sembravamo in posa per una fotografia e siamo stati così per un tempo lunghissimo. Più o meno fino a quando l’ho riaccompagnato alla stazione per tornare a Savona. Solo lì, quando il treno è arrivato e ci dovevamo separare, ci siamo dati un piccolo bacio, come uno sfiorarsi, senza lingua.  Il giorno dopo ho saltato scuola perché non avevo avuto tempo di studiare e poi per altri mesi e mesi abbiamo continuato a scriverci e a telefonarci. In pratica eravamo fidanzati anche se non ci vedevamo mai. Lui aveva una vita misteriosa, non capivo bene come mai il padre lo tenesse così col pugno di ferro e lo condizionasse in tutto. Era libero e visionario nei pensieri più intimi, per il resto conduceva una vita da borghese, sottomesso all’autorità paterna. Mi raccontava di una vita precedente, un po’ scalmanata, di un grande incidente con la macchina che aveva avuto ed era quasi morto e che adesso aveva cercato di darsi una calmata. Quell’estate sono andata io a trovarlo a Savona. Ho fatto una fuga di nascosto, quando ero in vacanza a Borgio Verezzi, non ricordo che scusa avessi inventato, però ho preso il treno e sono stata un pomeriggio con lui. Lo ricordo grigio, quel pomeriggio, senza colore, anche se eravamo al mare ed era estate, noi a camminare, mano nella mano, intorno al suo palazzo inaccessibile. Sono seguite nell’inverno altre lettere, un fiume, parole su parole. Nel frattempo Domenico aveva anche cominciato a fare il militare e quell’esperienza non la viveva bene, è caduto in una specie di depressione e le sue lettere, sempre più rarefatte e tristi, mi arrivavano scritte a macchina, con una Olivetti Lettera 22. Diceva che mi pensava sempre, ma che non riusciva più a muoversi, che era come paralizzato. “La caserma mi sta corrodendo i nervi piano piano”, mi scriveva. Anche telefonarsi era più difficile, i cellulari non esistevano ancora. La nostra storia si stava spegnendo. Io dicevo di aver bisogno della carne, lui mi scriveva che attribuiva all’amore un valore molto più spirituale e che mi pensava continuamente, ma a me quei pensieri, nella vita di tutti i giorni, non arrivavano. Poi è venuto Natale e infine capodanno. Non so come ci fossi riuscita, penso di aver raccontato che ci andavo con una mia amica, comunque sia, ho preso un treno e l’ho raggiunto a Savona, lui aveva una licenza di 24 ore. E’ venuto a prendermi alla stazione, ricordo ancora il suo sorriso, buono e impaurito, e gli occhi scuri felici, ma persi. Era ancora più magro. Ci siamo abbracciati stretti stretti nei sotterranei della stazione, ho sentito le ossa, ci siamo baciati. Poi mi ha portato ad una festa, a casa di suoi amici. Ricordo molta confusione, piani diversi, musica, una felicità un po’ caciarona e di circostanza, una tavola apparecchiata dalla quale ci si alzava e ci si sedeva continuamente. Io non conoscevo nessuno, solo lui, che mi stava vicino e mi teneva legata con gli occhi, però mi sentivo stonata, non ero a mio agio, erano tutti più grandi di me. Poco prima della mezzanotte sono andata in bagno, dovevo fare pipì, ma la porta era difettosa, non si apriva più. Ho provato a bussare, anche timidamente a chiamare, ma niente, c’era troppo rumore, nessuno mi sentiva. Il tempo passava e mancava solo un minuto, forse due a mezzanotte, mi ero ormai rassegnata a iniziare l’anno nuovo seduta su un water e mi maledicevo per essere arrivata fin lì. Ed ecco che sento “Paola, sei lì?”, mi è sempre piaciuto sentire il mio nome sulla bocca di un altro, era Domenico che mi era venuto a cercare e mi ha liberato. Siamo usciti fuori in giardino, insieme agli altri, non faceva così freddo, e abbiamo brindato. Le solite cose del capodanno. Siamo rimasti ancora poco in quella casa dove non conoscevo nessuno. Avevo il treno il mattino dopo, lui sarebbe dovuto rientrare in caserma, c’era davanti tutta la notte. Di andare a casa sua non se ne parlava e allora siamo andati sulla spiaggia, abbracciati, sotto una coperta, a baciarci, parlare, bere vino di nessuna qualità, guardare le stelle e il mare che ruggiva e ogni tanto qualche fuoco d’artificio che illuminava il buio. Mi ha toccato il seno, accarezzato tutto il corpo. Sembrava la felicità, è stato un po’ come la prima volta che ci siamo visti, è a quel punto che mi ha detto che in caserma c’ero solo io per lui. Però in realtà quella notte di capodanno è stata la fine. L’alba è arrivata livida, noi intirizziti di freddo, le occhiaie, la stazione, il treno. E’ stata l’ultima volta che ci siamo visti. La poesia non mi bastava più, volevo la prosa di una stanza riscaldata, di un letto, di una presenza concreta per poi, probabilmente, stufarmene. Sono seguite ancora un po’ di lettere, sempre scritte a macchina. A luglio dell’85 lui si è laureato, aveva ancora 26 anni, a agosto io mi sono innamorata di Arturo che sarebbe diventato il primo uomo importante della mia vita, e dopo quattro anni ci siamo sposati. Domenico è uscito dai miei pensieri.

E però io sono una che non dimentica mai completamente, una che non è capace di chiudere le porte e dire mai più. Sono incapace di lasciare andare. I ricordi mi sopraffanno sempre, mi ritornano addosso come le maree e sempre, prima o poi, mi viene voglia di andare a riprendermeli, di verificarne la tenuta, la resistenza, di toccarli di nuovo, di riportarli nel presente. Così uno o due anni dopo quel capodanno, adesso non ricordo più, anche se ero innamorata di Arturo e tutto andava perfettamente, un pomeriggio qualsiasi ho chiamato di nuovo Domenico dal telefono di casa mia, sempre dal corridoio, sempre seduta gambe incrociate sul tappeto, come se la ripetizione dei gesti e dei luoghi potesse costruire un ponte sul passato. “Sono Paola” ho detto d’un fiato come se ci fossimo parlati il giorno prima, ma il cuore mi batteva. Per fortuna aveva risposto lui. Silenzio. “Come stai?” “Dopodomani mi sposo”. Silenzio. “Ma lei chi è? Sei innamorato?”, “Non posso raccontare, mi costringono, se riesco ti chiamo dopo, ti spiego”. Non l’ho mai più sentito. Non dico che ho smesso di pensare a lui, la sua immagine e la sua voce ogni tanto mi sono riaffiorate, come un fiume carsico, e le sue lettere sono ancora adesso tutte in una vecchia cesta di vimini in garage, il vizio maledetto di non chiudere mai le porte una volta per tutte, però non gli ho più parlato, né l’ho visto, né gli ho scritto. E poi non sapevo nemmeno dove raggiungerlo, si era sposato.

In tempi recenti il pensiero di lui si è fatto più affannoso, come un presentimento. L’ho cercato tanto, ma inutilmente, su internet e i social, niente, sparito. Domenico V. non esiste in rete e quindi non esiste nella realtà. Non c’è neppure un omonimo. Il cognome appare associato ad articoli di pesca. Ho provato a telefonare, sia al fisso che al cellulare di quel negozio di canne ed esche, ma nessuno risponde. Ormai sono certa che Domenico sia morto.

L’immagine: Roberta Toscano, Silenzio nel tempo”

Pubblicato da paola

mi chiamo paola, sono di mezza età, ho un figlio di 14 anni, mio marito non c'è più. Mi piace scrivere, ma è sempre stata una cosa per me, un po' segreta; mi sono da poco trasferita a Torino, ho cambiato città e vita e così ho anche deciso di provare ad essere quello che sono. Scrivo spesso in prima persona perché non sono (ancora) capace di fare altrimenti, ma non tutto è stato vissuto da me così come è stato scritto. Dentro non ci sono solo io, ma la vita e le persone che ho attraversato. Ci sono i miei pensieri.

3 pensieri riguardo “Domenico

  1. Paolo votre écriture est tres belle. Elle magnifie ces souvenirs un peu gauches d une jeunesse enfuie. Je suis comme vous sur bien des points et je ne laisse pas partir les personnes que j ai croisées . Ainsi quand j ai voulu retrouver un amour de jeunesse dont je n ai pas gardé les lettres sur du papier velin et à l écriture très serrée a l’encre noire…je suis tombée sur son avis de décès. il est mort il y a 4 ans.

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